
Come da legenda qui sopra, in questa avventura che sto per narrarvi il trionfo dell’eroe è costituito dal mio ritorno alla macchina per tornare a casa. Ed è stato per me un trionfo definitivo perchè, come detto in una diretta sulla mia pagina Facebook (qui il link per rivederla), in questo posto non ci torno più.
Ma vale la pena condividere con voi il viaggio.
I fatti si svolgono sulla collina di fronte all’abitato di Colordesoli, in prossimità di Chiusdino. Zona ricca di siti interessanti, ad esempio a qualche km di distanza si trova l’Abbazia di San Galgano (quella della spada nella roccia), il Mulino delle Pile, ovvero il famoso Mulino Bianco e molto altro. Qui l’inizio della strada a sterro, uscendo dalla Strada Provinciale 441, che porta sul piano ai piedi del Poggio Fogari. Aiutatevi con l’app Viewranger (che potete scaricare qui) per capire dove poter lasciare i mezzi.
Facendo attenzione soprattutto in inverno alla presenza di alcuni fossi che tagliano la strada e non presentano guadi, dunque oltrepassabili solo se in secca.
Come potete vedere dalle immagini qui sotto, questo è ciò che trovo nel mio primo kilometro di cammino: un sentiero ripido e scosceso, che secondo la grafica dell’app Viewranger sarebbe dovuta essere una strada battuta, qualcosa dove in teoria si può passare anche con una macchina.
Questa è solo la prima delle spiacevoli sorprese di giornata, mitigata dall’incontro con un casottino diroccato che fa presagire ci siano altre belle rovine da vedere.
E che mi invoglia, come canto di sirene, a proseguire senza indugio.
Il sentiero verso la vetta del Poggio Fogari è in realtà un susseguirsi di muri di rovi, solo la forza di volontà mi ha spinto a proseguire ma io sconsiglio vivamente a tutti di fare un’esperienza del genere, a meno che non siate muniti di una motofalce o non siate Rambo.
Il lato positivo è che dopo circa 3 km di graffi, mal tentate deviazioni e uno zaino praticamente da buttare, la vetta del Poggio Fogari (775 mt SLM) mi ripaga mostrandomi uno stupendo panorama: la vetta del poggio di Montieri e le Cornate di Gerfalco con una angolazione “inedita” (almeno per me), che le fa sembrare una di fianco all’altra. Poi Chiusdino e Colordesoli e sullo sfondo anche Siena, peccato per la foschia che copre in parte la vista.
Purtroppo dal lato opposto la fitta vegetazione, non permette di vedere bene la val di Farma con in lontananza addirittura il Monte Amiata, che si scorgono però successivamente riscendendo a valle.
Va detto che questa posizione è veramente stupenda.

un cuore “naturale” incornicia Montieri e Gerfalco 



alberi secolari sulla vetta del Poggio Fogari 
Riscendendo dal lato opposto, il sentiero è ben più praticabile, infatti consiglio di raggiungere eventualmente la vetta da questo lato e non da dove sono risalito io. Dopo poco più di 2 km si giunge a delle rovine di costruzioni di recente abbandono ma che sembrano avere origini più antiche, probabilmente abitazioni di minatori vista la presenza di molti giacimenti d’estrazione nella zona.
A causa dei rovi (che mi hanno fatto compagnia tutto il giorno) è molto difficoltoso avvicinarsi agli edifici, però da qui si gode ancora una volta di un bellissimo panorama.
In prossimità di questo gruppo di edifici ce n’è un altro ancor più interessante, sicuramente abbandonato da pochi anni visto che all’interno ci sono ancora alcuni elettrodomestici e della mobilia. Resto sempre piuttosto affascinato dalla natura che irrompe dentro queste strutture in disuso e si riprende possesso dei suoi spazi.
Sarebbe bello venire a conoscenza di che vita si faceva qui, visto che sono luoghi piuttosto isolati e non facili da raggiungere. Durante il mio cammino incontro solo operai con grandi trattori intenti a trasportare del legname e che mi chiedono cosa ci possa fare io qui, a piedi per di più.
Da qui inizia una nuova avventura alla Rambo, i sentieri sono confusi e in parte cancellati dal passaggio di ruspe e trattori, dai fossi che via via tagliano la strada e la erodono, talvolta anche dai due fenomeni combinati. Con estrema gioia mi rendo conto che l’unica via di ritorno a valle è un sentierino tratteggiato (sempre secondo le indicazioni di Viewranger) che però non riesco ad individuare in mezzo alla fitta boscaglia. Dopo qualche minuto di ricerca individuo il letto di un piccolo fosso, ovviamente coperto di rovi, che seguo mio malgrado sperando che prima o poi la situazione migliori.
Ennesimo errore di valutazione perchè ad un certo punto il fosso comincia ad aumentare la sua inclinazione e presto mi ritrovo a dover saltare da una roccia all’altra, di due metri in due metri, come uno stambecco, pregando dentro di me che prima o poi tutto questo abbia una fine.
Perchè vi racconto tutto ciò con dovizia di particolari? Per evitare che facciate i miei stessi errori. Vi avevo già detto che in tutta la zona è assente la tipica segnaletica del CAI? Anche questo potrà servirvi da campanello d’allarme per le vostre uscite future.
Giunto però a valle tra uno scivolone ed una imprecazione ad altissima voce, finalmente raggiungo le rovine del Castello di Miranduolo, sito archeologico dove gli scavi sono attivi dal 2001.
La prima impressione è che per quanto sia un sito archeologico di grande rilevanza il tutto sia in stato di abbandono. Per maggiori informazioni sulla storia del Castello di Miranduolo e sulle ricerche archeologiche svolte qui dall’Università di Siena vi rimando ai seguenti link:
http://archeologiamedievale.unisi.it/miranduolo/
https://www.academia.edu/11682218/Archeologia_dei_paesaggi_in_alta_Valdimerse
Il ritorno alla macchina è accompagnato da un grosso sospiro di sollievo, rinnovo il mio invito a non replicare il mio stesso percorso (come avrete notato, per declinare ogni responsabilità non vi condivido la traccia .gpx).
Potrete studiare percorsi alternativi, anche se più lunghi, provenendo ad esempio da Luriano o munendovi di una mountain bike piuttosto che una moto da cross.
Per me è stata un po’ un’esperienza mistica, resta il fatto in questa area dell’alta Val di Merse ci sono ancora diversi siti molto interessanti da visitare come ad esempio la Riserva Naturale la Pietra. Ci tornerò presto, magari con una motofalce.


































