Quando si parla della prima meta mai segnata dall’Italia alla Nuova Zelanda va fatta una precisazione: nel 1977 era stata già segnata una meta agli All Blacks, nella prima gara assoluta tra le due squadre giocata all’Appiani di Padova, ma quella in campo non era la nazionale “ufficiale” italiana (non venivano assegnati caps ai giocatori, non venne considerato un test ufficiale così come non lo fu per gli avversari). Questa prima sfida tra Italia e All Blacks in realtà fu XV del Presidente – All Blacks, un’amichevole di preparazione per i neozelandesi in vista di due test contro la Francia.

Nella partita di mercoledì 28 novembre 1979 va in campo la “vera” Nazionale italiana. Parte dei giocatori in formazione erano già stati protagonisti ed avevano ben figurato 2 anni prima nella selezione che aveva perso solo 9-17 all’Appiani. Davanti gli All Blacks che ancora non considerano ufficiale il test ma schierano in campo gran parte della squadra di “stelle” che solo 4 giorni prima aveva vinto 9-10 contro l’Inghilterra a Twickenham. Per l’occasione storica il Battaglini di Rovigo è tutto esaurito ed oltre, la città è deserta, le saracinesche dei negozi chiusi. Nonostante la capienza di circa 6000 spettatori si presentano ai cancelli in 12000.
La storia della partita recita che per quanto l’Italia padroneggi il campo sono gli avversari ad andare a meta nel primo tempo con Fresier e Mexted dando spettacolo, come sempre, sia a livello atletico che tecnico. Solo grazie ai due piazzati di Bettarello (su 6 tentativi) e ad una difesa che comunque tiene, la partita resta in equilibrio. Si va all’intervallo sul punteggio di 6-15.

Nel secondo tempo i neozelandesi riprendono in mano la situazione, i massicci tentativi di segnare la meta però vengono vanificati dall’ottima difesa italiana. Solo grazie agli errori in fase di conquista dei padroni di casa i tuttineri potranno cercare la via dei pali. Tocca a Wilson, da poco entrato dalla panchina, centrarli per il 6-18 quando sta per scoccare l’ora di gioco. Bettarello invece fallisce ancora diversi tentativi dalla piazzola e quando il fato oramai sembra aver abbandonato gli italiani (in campo in maglia bianca) ecco che, attorno al 68′, arriva l’occasione ghiotta: gli All Blacks commettono un in avanti nella propria metà campo. Mischia per l’Italia, lato destro del campo.
Lorigiola introduce il pallone, tallonato e immediatamente recuperato, alza a D’Anna che viene dal lato chiuso, placcaggio e offload per Mariani che prolunga per Rino Francescato, al largo poi per Mascioletti, la sua corsa lungo linea e il passaggio quasi alla cieca per Gaetaniello che si gira su se stesso e dopo una finta lancia Mariani che ha seguito l’azione e viene subito placcato, offload all’esterno per Bargello che scarica subito a Nello Francescato all’interno, la sua corsa ormai è inarrestabile e si porta in meta con sè due avversari. Dopo un’azione rocambolesca, spettacolare e fulminea degna del migliore french flair, 8 passaggi in 15 secondi e l’Italia segna la prima storica meta agli All Blacks. Il punteggio è 12-18.
Non succederà molto altro e il risultato resterà invariato fino al termine, una bella occasione in solitaria di Mascioletti sarà l’unico altro guizzo in una partita piena di errori da parte degli italiani che rendono il compito facile agli Al Blacks. Ma il Battaglini per tutta la partita è comunque una bolgia infernale, la marcatura storica e l’intera giornata rimarranno nella memoria, anche quella dei rodigini assenti che ricordano ancora dov’erano in quel momento in quel fatidico giorno.
Per chi si volesse dedicare alla visione dell’intero match, con il commento di Paolo Rosi per la Rai, qui il link al video.

Anche per gli amanti della musica il 1979 è un anno d’oro in cui vedono la luce album che hanno fatto la storia, un anno pieno di cambiamenti politici e culturali in Italia e nel resto del mondo che influenzeranno la produzione artistica. La fine dell’era punk apre le classifiche all’hardrock, l’elettronica entra prepotentemente nelle produzioni di tutti i generi e le band heavy metal muovono i primi timidi passi. Si registra anche l’esplosione della discomusic, esplosione in tutti i sensi, raggiungendo il picco e la sua popolare morte avvenuta nel luglio di quell’anno in seguito alla famosa Disco Demolition Night che fece da vetta tra ascesa e declino del genere.
In Italia il primo evento da segnalare, che non è l’uscita di un album ma influenzerà comunque il panorama musicale, è il sequestro di Fabrizio De Andrè e Dory Ghezzi. La coppia di cantanti fu tenuta in prigionia nei monti della Sardegna centrale da agosto a dicembre di quell’anno. L’esperienza traumatica condizionerà subito la produzione di De Andrè che nel 1981 pubblicherà il suo omonimo album contenente tra le altre la bellissima Hotel Supramonte, chiaro riferimento ai luoghi di prigionia, in un concept basato sul parallelismo tra il popolo sardo e gli indiani d’America
Nel 1979 uscivano tra gli altri Cogli la prima mela di Angelo Branduardi, EroZero di Renato Zero con la famosa Il carrozzone, La mia banda suona il Rock di Ivano Fossati, Gloria di Umberto Tozzi, …E io canto di Riccardo Cocciante, con la hit Io canto riportata in testa alle classifiche nel 2006 da Laura Pausini e l’album Lucio Dalla, ottavo dell’artista bolognese contenente L’anno che verrà, capolavoro il cui titolo per molti, erroneamente, è “Caro amico ti scrivo…”
Nel resto del mondo la rivoluzione culturale, l’aria tesa e ricca di contrasti darà vita ad uno dei più grandi capolavori artistici a tuttotondo, non solo musicali, dell’epoca e della storia contemporanea. Esce infatti l’undicesimo disco dei Pink Floyd, The Wall, un concept che descrive, tramite le avventure del protagonista Pink, le impressioni psicologiche e i turbamenti propri della band, soprattutto del frontman Roger Waters. Le immagini evocate dall’album, complice forse anche il titolo che richiama al muro e a tutti i significati intrinsechi che può avere la parola, sono ancora oggi attuali e si prestano alle più svariate interpretazioni. Per quanto allora il muro che Waters descriveva fosse quello che lo divideva dal pubblico, muro innalzato con la popolarità e la commercializzazione della band che l’aveva in qualche modo allontanata dai suoi fans. Quindi un turbamento interno dell’artista che diventa, constestualizzato con la storia che lo circonda, manifesto sempreverde e rappresentazione di tutti i muri e le rivoluzioni in atto nelle epoche a seguire. Il completamento dell’opera si avrà poi nel 1982 con l’uscita dell’omonimo film, “colonna visiva” dell’album che riporta i suoni in immagini rendendo ancora più vivido il messaggio.
Sempre in inghilterra un altro fenomeno musicale, frutto primo della discesa del punk classico del decennio che sta per concludersi, sta prendendo vita in un connubio ideale tra vari generi, il punk appunto, lo ska, il pop rock il tutto shakerato con forza e violenza. London calling, terzo album dei Clash, è la bandiera della rivoluzione culturale inglese, i ragazzi disoccupati e senza un soldo ma sempre vestiti alla moda, lo svuotamento degli ideali che provengono dal flower power, il nero che prende il posto dei colori sgargianti e una certa lotta al razzismo che dette in parte vita anche a questa fusione tra punk e reggae. Le parole urlate e la voce roca, a tratti confusa, di Joe Strummer, la batteria incalzante di Topper Headon, uno dei migliori batteristi del momento, danno forza ai messaggi e caratterizzano e personalizzano lo stile del disco anche quando spazia tra i vari generi.
Oltreoceano i Kiss, band hardrock che fino ad allora ha fatto venire giù oltre ai record di date soldout in USA anche gran parte degli stadi dove si sono esibiti con volumi allucinanti, si ritrovano a dover rimediare all’idea fallimentare di far uscire nel 1978 quattro dischi solisti, uno per ogni membro della band. L’insuccesso discografico fa tornare di corsa la band in studio.
Simmons, Stanley, Frehley e Criss, desiderosi a questo punto di ricominciare a vendere, fanno un’operazione che per molti fan della prima ora sarà quella della discordia ma che permetterà ai Kiss di abbattere i confini e spopolare anche in Europa oltre che in America. La ricetta prevede di aggiungere al rock grezzo ed inelegante che li ha contraddistinti fin qui qualche nota di discomusic (che come detto in precedenza è all’apice del successo) e il prodotto finale è Dinasty, settimo album della band contenente il pezzo più iconico della band I was made for lovin’ you che rende bene l’idea della nuova ricetta. Altro esempio di questo connubio tra disco e rock è la bellissima e meno famosa Sure know something.
Ma c’è anche chi porta avanti il vessillo del metal e dell’hardrock come i Judas Priest che in quell’anno usciranno con Unleash in the East, controverso album live su cui circolano voci che sia stato in realtà registrato in studio o comunque ritoccato tanto che molti detrattori usano chiamarlo Unleash in the Studio. Anche i Motorhead pubblicano un album molto interessante come Overkill con la sua famosa title track. Ma il boom per il genere è rappresentato da una band australiana.
Gli AC/DC di Bon Scott e Angus Young danno vita al loro sesto album nonchè uno dei loro più grandi successi ovvero Highway to hell, con l’omonima canzone a trascinare l’ultimo disco con Scott alla voce. Disco che rappresenterà un turning point tra l’era Scott, che morirà nel 1980 all’età di 33 anni, e quella di Brian Johnson.
Su un’annata che a livello musicale rappresenta un esempio mai ripetuto per la qualità e la quantità di produzioni meriterebbe fare decine di citazioni e perdere del bel tempo a fare ricerche. Da grandi successi come Reggatta de Blanc dei Police con Message in a bottle o Unknown pleasures dei Joy Division, meno grandi successi come In Through the out door dei Led Zeppelin, album troppo sperimentale per essere compreso dai fans, o Van Halen II dell’omonima band, dal quale ci si aspettava un successo stellare come l’album di debutto dell’anno prima ma che in realtà, salvate Dance the night away e Bottoms up, risulta un po’ tirato via e con meno idee.
Io concludo la mia con quello che rappresenta, anche se solo formalmente, il debutto di una star planetaria quale Micheal Jackson. Dovrei aprire un capitolo a parte per questo artista, forse un intero articolo ma per non andare off-topic posso dire che questo disco, ovvero Off the wall, contiene ben 4 hit che sono entrate nei primi 10 della classifica settimanale Billboard hot 100, ovvero Don’t stop ‘till you get enough, Rock with you, Off the wall e She’s out of my life. Il quinto disco solista di Micheal Jackson è il primo dell’età adulta, il cantante aveva 21 anni all’epoca, e il primo a cui collabora come compositore e cantautore, appena uscito con i fratelli dalla Motown Records ed approdato alla Epic che gli dette maggiori libertà artistiche. Quindi Off the wall viene considerato da tutti come il suo primo vero album.
Il compito di restare sintetico su lato musicale è stato molto arduo, spero di essere riuscito nell’intento e mi scuso ovviamente se ho lasciato indietro album di artisti importanti. Scrivete nei commenti chi per voi manca alla lista, le vostre impressioni sulla bellissima meta dell’Italia che vi ho descitto, se la conoscevate oppure no. Al prossimo episodio di Rugby e Musica!
