Concussion e danni cerebrali. Brevi considerazioni sul delicato tema dei traumi nel rugby

17 Dicembre 2020

L’argomento della Concussion nel rugby è recentemente tornato alla ribalta grazie all’iniziativa di alcuni ex giocatori internazionali intenzionati a far causa a World Rugby per l’insorgere di episodi di demenza precoce e danni cerebrali permanenti (qui il link ad un articolo su OnRugby).

Per prevenire i danni cerebrali a lungo termine dovuti ai ripetuti traumi cranici nel gioco del rugby, anzi per ridurre/limitare i danni cerebrali (perchè prevenirli non credo sia possibile), ci sono già delle buone regole nel gioco sia per limitare gli scontri e contatti violenti con la testa e il collo sia per riconoscere chi ha sintomi da concussion e rimuoverlo dal campo. Con tanto di protocollo per il recupero e il monitoraggio. Regole e protocolli a disposizione di tutti gli attori di questo sport, dagli animatori ai giocatori, dai dirigenti agli arbitri.

Tutto è sicuramente perfettibile, non sono un esperto in neurologia e traumatologia ma credo che non ci sia bisogno di stravolgere ulteriormente le regole del gioco o addirittura snaturare il modo stesso di giocarlo per limitare danni permanenti ai giocatori, almeno dal punto di vista di questo tipo di traumi. Questo è un pensiero personale a cui tengo molto.

Sono però sicuro che sia molto dannosa tutta una serie di atteggiamenti tenuti dai vari attori del gioco del rugby, di cui vorrei fare un elenco rigorosamente in ordine sparso e non di importanza.

Partiamo ad esempio da certi arbitri che non applicano le regole CHE GIÀ ESISTONO in campo, permettendo a chi provoca contatti violenti con la testa dell’avversario di continuare a farlo, legittimando poi comportamenti simili da parte degli altri giocatori. È vero che sia difficile applicare il regolamento alla lettera laddove non ci sia l’ausilio di assistenti, TMO eccetera, ma riconoscere ed eliminare giocatori con apparenti sintomi da concussion lo si può fare ad ogni livello. Anche se purtroppo non sempre i sintomi si manifestano nell’immediato, è vero che se si manifestano nell’immediato un giocatore va messo subito a riposo.

Per quanto il nostro sia uno sport di situazione il regolamento parla chiaro e lo si può applicare alla lettera. La responsabilità di tali decisioni in campo spetta all’arbitro che, a seconda del livello in cui si gioca, può essere coadiuvato dagli assistenti per quanto riguarda le sanzioni e dai medici per quanto riguarda riconoscere/eliminare giocatori concussi. Capita però spesso di incappare in un esempio di allenatori/dirigenti/manager di una squadra di quelli che minimizzano, portando come agenti mitiganti cose che non esistono nel regolamento tipo:

“in testa aveva l’intenzione di placcarlo alla spalla ma poi a causa di un abbaglio gli ha tirato un papagno in mezzo agli occhi, quindi il cartellino va dato all’abbaglio e non a lui”

“ma l’ha toccato prima col mignolo poi con l’anulare e non viceversa quindi non è cartellino”

è scivolato, altrimenti neanche lo toccava

e poi, il peggio di tutti “se non si vuole che la gente stramazzi a terra e vomiti che vadano a fare le ballerine“.

A parte le battute, questo rende il lavoro dell’arbitro più difficile ma come detto sopra il regolamento di World Rugby parla chiaro ed è accessibile a tutti, non solo agli arbitri. Con tanto di schemi riassuntivi per chi magari non essendo arbitro ha meno dimestichezza con la lettura del regolamento (viceversa se sei arbitro lo devi saper leggere).

Dunque si può e si deve creare una consapevolezza comune di quali siano i rischi nel minimizzare la gravità di contatti che possano creare probabili traumi cranici. Potrebbe già questo essere utile prima ancora che stravolgere regolamenti e modi di giocare a rugby.

Nel mondo dilettantistico poi occorre sensibilizzare anche gli attori fuori dal campo, gli allenatori, i genitori dei ragazzi che giocano in Juniores, i giocatori stessi, i dirigenti delle piccole società. Perchè per quanto a certi livelli i contatti siano limitati o meno violenti il problema non è assolutamente diverso. E se un giocatore deve stare a riposo dopo un trauma cranico NO! non può studiare NO! non può giocare al parco con gli amici e soprattutto NO! NO! NO! non può rimanere in campo perchè è il più forte, non può non uscire dal campo per concussion “perchè non può fare il protocollo, domenica prossima c’è il derby e deve giocare“.

A livello professionistico poi, dove io non ho nozioni approfondite ma posso solo avanzare delle ipotesi, si può sicuramente fare di più per tutelare i giocatori, ad esempio con delle indennità da infortuni di questo genere, con monitoraggi più approfonditi e controlli periodici per capire con anticipo se stiano per insorgere problemi neurologici a lungo termine.

Quando penso al Protocollo Concussion il mio primo pensiero purtroppo va subito a George North, grande e grosso trequarti gallese che in carriera ha avuto 5/6 episodi di concussion molto gravi. Episodi spesso gestiti con modalità più degne della merenda in parrochia che di uno sport professionistico. Esistono vari articoli a riguardo, per fortuna qualcuno anche con tono interlocutorio, visto che oramai sembra sempre più un gioco vedere se si rialza o meno dopo ogni giro di autoscontro.

una semplice ricerca su Youtube talvolta è più esplicativa di mille parole

Credo che il minimo comune denominatore di tutti questi miei ragionamenti sia che non ci si possa più permettere di minimizzare, non si possa pensare che semplicemente si gioca a rugby e che essendo sport di contatto è inevitabile rimanere dementi a vita. Si può giocare una carta fondamentale a livello comunicativo. Dare valore a regole che già esistono e, perchè no, preparare i fruitori e l’opinione pubblica ad eventuali future migliorie potrebbe essere la chiave per ridurre l’incidenza di questo tipo di infortuni.