In un periodo grigio per gli arbitraggi internazionali, tra mille polemiche e famosi video analisi di un’ora e più, lo scorso weekend abbiamo assistito a due gesti a mio avviso molto importanti su due campi a latitudini decisamente diverse.
Protagonisti due arbitri agli antipodi almeno quanto i due emisferi di provenienza, ovvero Jaco Peyper e Luke Pearce.
Il sudafricano Peyper, designato per il match di United Rugby Championship tra Cell C Sharks e Vodacom Bulls, al minuto 27 ha deciso di porre fine a una serie di polemiche e proteste in gioco da parte dei due capitani fermando il tempo e richiamandoli a se. Il resto lo potete vedere nel video qui sotto.
“You don’t have respect for us, I know you’re good characters, I know you’re good players, both Springboks but please come back to the values. Now.“
Tono pacato ma perentorio, senza fronzoli, ma che responsabilizza i capitani e di conseguenza anche gli altri giocatori, per i quali è chiaro che la loro condotta da quel momento potrebbe essere passibile di sanzioni.
Con un po’ di platealità che quando si è sul “big stage” non guasta mai.
Un momento simile ma gestito, anzi arbitrato nel suo caso, con diverso metodo è capitato all’arbitro inglese Pearce nel match di Premiership tra Chiefs e Saracens.
Billy Vunipola protesta dopo un calcio di punizione contro e l’arbitro, in vecchio stile, gli fischia 10 metri di penalità (avvenimento più unico che raro) ma non finisce qui. Infatti appena Vunipola raggiunge di nuovo l’arbitro ricomincia con la stessa manfrina e Pearce gli fischia altri 10 metri, avvisando il vice capitano Goode che il compagno “ha due opzioni: o la smette o si prende un giallo“. Gli fanno eco anche i compagni dello stesso Vunipola che gli dicono di smetterla per il bene della squadra, si intuisce la parola BEHAVE da un labiale di Itoje rivolto al suo n.8
Lasciando stare che Pearce ha una misura dei 10 metri un po’ sballata, e dire che era anche facile da misurare visto che per l’appunto il penalty originale era a ridosso della linea dei 10 ma tant’è, questi due casi aprono due storie diverse tra loro e diverse da quelle viste in precedenza, ma hanno anche molto in comune. Vale la pena analizzarli.

Gestire o arbitrare? Un dilemma che attanaglia molti quando si tratta di creare una linea adatta ad ogni match e adattabile il giorni della partita. Da parte di World Rugby, che ad oggi ha sempre preferito la linea della “gestione” a favore di un gioco più fluente con meno stop da interventi arbitrali, c’è stato un piccolo giro di vite con la richiesta di “arbitrare” di più ed essere di conseguenza anche più consistenti, che già non è facile di suo.
Ogni arbitro ovviamente avrà una propria linea ma quello che ultimamente colpisce è l’escalation di “backchatting” da parte dei giocatori professionisti che si rivolgono sempre più all’arbitro durante il gioco e in maniere sempre meno rispettose. Ricordate ad esempio Hooper che si rivolge a Poite con frasi del tipo “are you serious?” “mate I can’t believe that…” “it’s a weak decision” nell’ultima sfida contro la Scozia?
Due strade diverse, gestire (nel caso di Poite) o arbitrare (nel caso di Pearce) che come detto prima hanno molto in comune, soprattutto l’esito finale.
Perchè reazioni di questo tipo da parte degli arbitri, più o meno plateali, hanno l’effetto di un vero e proprio ultimatum e questo i giocatori professionisti lo sanno bene, anzi sanno benissimo come e quanto possono spingersi al limite con le lamentele di questo tipo, a parte rari casi cronici (come Biggar, Farrell o Sexton che amano arbitrare almeno quanto giocare).

Primo punto in comune tra i due fatti: il momento della gara. Accadono entrambi a cavallo tra il primo e il secondo quarto quando l’andamento del match è ancora da decidere. Poite al 27′, Pearce al 24′ ma con già diversi avvertimenti dati ai Sarries, segno che per i giocatori il comportamento da tenere non era chiaro fin dall’inizio. In questi momenti del match se si tratta il problema immediatamente si può sperare che il resto della partita non vada fuori controllo.
Inoltre i due comportamenti hanno un effetto anche sulla percezione della partita da parte di giocatori e spettatori, perchè dopo certi ultimatum è comprensibile che il successivo passo falso porterà ad una sanzione. Ciò toglie peso dalle spalle dell’arbitro che non potrà certo essere accusato di aver condizionato una partita estraendo un cartellino, spostando la responsabilità e le colpe sui capitani e i giocatori che ignorano gli avvertimenti e creando per l’arbitro uno spazio di manovra più ampio per il resto della partita.

In seguito all’uscita sui social network dei due video molti appassionati hanno invocato un ritorno alle origini, quando solo il capitano parlava con l’arbitro. Sarebbe un mondo meraviglioso ma intanto basterebbe creare un livello accettabile di dialogo tra giocatori e direttori di gara.
A questi livelli gli arbitri scendono in campo come tutti noi senza preconcetti, con la speranza di arrivare in fondo agli 80 minuti senza discussioni e che nessuno si sia accorto della loro presenza in campo, senza tanti interventi e cartellini.
Ma è anche vero che quando i match sono di un certo peso sono ben consci del fatto che avranno a che fare con giocatori che sperano di condizionare qualche chiamata con le giuste parole o buttandola in caciara come nei casi prima citati. Quindi ben venga la mente aperta ma sarebbe da irresponsabili non essere preparati.

Questo per dire che si, bellissimi gli interventi di Peyper e Pearce ma di sicuro sono studiati o quanto meno figurati mentalmente in precedenza, tirati fuori solo in caso di emergenza, ma non essendo un expolit del momento dimostrano che la possibilità che possano essere replicati esiste.
Quindi ben venga un po’ di polso e di fermezza per rimettere in piedi le macerie di una categoria arbitrale bistrattata e presa a pesci in faccia (e per niente aiutata da mamma World Rugby) nell’ultimo periodo.
Per gli arbitri che dirigeranno le quattro squadre in questione nelle prossime uscite (soprattutto chi dovrà arbitrare i Saracens) il compito dovrebbe essere ora un po’ più facile. In generale vedere una mini-riconciliazione tra il pubblico e gli arbitri fa tirare un bel sospiro di sollievo.
