Brenna, Castiglion che Dio sol sa, Monte Acuto, Torri – Trekking in Toscana

22 Giugno 2020

Questo articolo si suddivide in due parti: la prima parla di un bel trekking lungo la Val di Merse e il sistema di canali e mulini che si trovano lungo il suo percorso fino al suggestivo Castiglion Balzetti o Castiglion che Dio sol sa. Un tracciato non troppo impegnativo e ricco di numerosi punti di interesse.

La seconda parte è una follia che condivido volentieri con voi ma che vi sconsiglio vivamente di fare a meno che non siate degli escursionisti professionisti o che vi vogliate particolarmente male. Ma procediamo con ordine.

Fondamentale per me nel seguire questo percorso è stata l’app View Ranger (qui potete scaricarla per cellulari Android) soprattutto per il fatto che la zona è ricca di sentieri che si intersecano, seguendo il tracciato tramite la app è impossibile sbagliare.

Il punto di partenza è Brenna, si possono lasciare i mezzi nel grande parcheggio in fondo al paese, a destra del guado che da inizio alla strada che porta al fiume Merse. Da qui, costeggiando la sponda sinistra del fiume, lo si risale in direzione del complesso di Campalfi. Lungo la prima parte del tragitto si potrà apprezzare l’opera della Gora, un piccolo canale utilizzato oggi principalmente per l’irrigazione ma che un tempo era fondamentale per alimentare i mulini della zona. Delimitato e regolato da un bel sistema di chiuse e murature, in gran parte ben conservati ed ancora visibili, rappresenta un capolavoro di ingegneria idraulica.

Per proseguire il sentiero occorre scavalcare fisicamente la chiusa e mantenersi vicino al corso del fiume, il sentiero a destra invece devia verso il complesso di Campalfi (ci si può passare di fronte, ricordando comunque che è una proprietà privata) per poi tagliare e tornare sul tracciato attraversando i campi. Dopo circa 2 km di cammino dalla chiusa, seguendo il letto del fiume 10 metri circa al di sopra di esso, troverete una delle meraviglie della zona ovvero la Steccaia, segnalata molto bene da una tabella descrittiva e dal cartello indicatore. La Steccaia è ciò che resta di un antico sbarramento formato da due file di pali conficcati sul fondo del fiume trasversalmente al suo corso. Lo sbarramento veniva legato da fascine e riempito di pietre, il suo scopo era quello di innalzare il livello del fiume a monte per poter alimentare la Gora che nasce proprio poche decine di metri più a monte.

Come detto sopra, tornando sul sentiero e continuando a costeggiare il corso del fiume, dopo qualche decina di metri si troverà anche la chiusa dalla quale ha origine la Gora.

Da questo punto in poi il sentiero abbandona il piano vicino al letto del fiume e sale leggermente di quota, dando così la possibilità di osservare dall’alto una zona molto bella ricca di tomboli e spiagge raggiungibili solo dall’altra sponda. I sentieri sulla sponda destra in questa zona non sono molto agibili ma la bellezza del fiume ripaga per lo sforzo. Dopo alcune centinaia di metri di cammino il sentiero riscende nel punto dove il torrente Fosso Ricausa si ricongiunge con il Merse.

Una volta raggiunto il piano del torrente, se si devia a sinistra rispetto al sentiero che stiamo seguendo, un piccolo guado (essendo il torrente poco soggetto alle piene lo troverete quasi sempre agibile) ci condurrà verso la Ferriera.

Superato il guado, per raggiungere la Ferriera occorre piegare a sinistra verso il corso del fiume e costeggiarlo per un centinaio di metri. Purtroppo la vegetazione e i rovi si sono impadroniti di gran parte dell’area dell’antica ferriera e l’edificio presente (un podere di recente costruzione, abbandonato e inagibile) è poco visibile dal sentiero ma niente paura: se per sbaglio raggiungete il fiume all’altezza del guado che scende dalla collina opposta basta che vi giriate, avete superato il casolare che a questo punto si trova proprio alle vostre spalle.

Una volta visitato il sito, se continuate a risalire il fiume per pochi metri dopo il guado troverete un accesso all’acqua e potrete rinfrescarvi e riposare un attimo prima di cominciare la dura risalita che vi aspetta poco dopo. Per tornare indietro si può costeggiare la base della collina sul retro del casolare, incontrerete, pochi metri dopo, la lapide di un partigiano. Da qui si torna indietro verso il Ricausa che va guadato di nuovo per poi tornare a seguire, verso sinistra, il sentiero originale che proviene da Brenna e che prosegue sulla riva sinistra del torrente. Da qui comincia un percorso veramente molto suggestivo, completamente immerso nella vegetazione, con il torrente che forma qua e là piccole e suggestive cascatine. Il luogo si presta molto alle fotografie, io ne ho fatte poche solo per motivi di tempo. Per quanto a questo punto si sia a 2 ore circa dal punto di partenza il cammino è ancora lungo e davvero ripido.

Salendo di quota, dopo circa 1,5 km e un centinaio di metri di elevazione, si incontra il Mulino di Ricausa, stupenda testimonianza delle opere dell’uomo in questa zona, in antichità ricca di insediamenti e attività minerarie.

Ciò che si incontra per primo, ovvero l’edificio che ospitava le pale che facevano girare le macine del mulino, non è che la parte finale di un grande complesso di opere che si sviluppano a monte e che comprendono un grande bacino di raccolta in muratura, un canale alimentatore e una piccola diga che forma una suggestiva cascatella di una decina di metri. Il tombolo che si forma sotto la cascata invita anche a fare un bagno, se non fosse che dopo si devono affrontare ancora chilometri di cammino.

Una volta finita la visita al sito e tutte le opere che lo compongono si torna indietro a metà strada tra il mulino e la diga, qui ci si ricongiunge con il sentiero che prosegue e risale la collina con una pendenza molto accentuata. Conviene farla tutta di un fiato, lo spettacolo che attende in cima alla salita ripaga sicuramente di tutte le fatiche. Vale la pena segnalare che il sentiero è molto curato e ben segnalato, basterà seguire le colonnine indicatrici e il simboli bianchi e rossi del CAI.

Raggiunta quota 300 mt, con un dislivello rispetto al mulino di circa 100 mt (su Google Earth lo si nota bene), si staglia in tutto il suo splendore il Castiglion Balzetti, comunemente conosciuto come Castiglion che Dio sol sa, nome che tradisce la posizione remota seppur strategica in cui si trova. La costruzione è stata ristrutturata da pochi anni ma purtroppo è chiusa ed inagibile. La visione esterna è comunque un qualcosa che merita. Personalmente oltre alla bellezza della struttura mi affascina l’idea che un’abitazione così importante ed imponente si trovi in un posto così sperduto. Per quanto nel XIV secolo, all’epoca dei Saracini, potente famiglia senese dell’epoca e proprietaria del castello, fosse considerato un posto strategico che dominava tutta la valle e i possedimenti in essa ubicati.

Se siete interessati solo alla visita del castiglione vi consiglio di raggiungerlo dall’altro lato, il sentiero parte poco prima dell’abitato di Spannocchia. Il tragitto è più breve e meno impervio, i dislivelli più dolci e la strada meno disastrata. Qui troverete qualche foto fatta proprio nel sentiero dall’altro lato.

Qui termina la prima parte del viaggio, quella “sana”, dopo circa 3 ore di cammino, 8,5 km di percorso e un dislivello di 300 mt. Il punto ideale per un ristoro dopo il quale, se volete, proseguendo il sentiero potrete ricongiungervi all’anello che vi ricondurrà ad avvicinarvi a Stigliano e, passando per Campalfi, a Brenna per concludere il tracciato. Troverete un percorso seguibile sulle app View Ranger e WikiLoc. Vi consiglio comunque di scaricarle e di utilizzarle soprattutto se non siete esperti della zona.


Dunque se siete sani di mente e ci tenete alla pellaccia tornate indietro verso Stigliano e prendete la lettura della seconda parte come un mero racconto col quale potrete ridere oppure provare pena per me. Ma se deciderete di fare questo secondo percorso sappiate che per me sarete dei miti, now and forever.

Proseguendo la salita e ignorando il sentiero giusto, quello sano a destra che mi avrebbe portato a Stigliano e a chiudere l’anello a Brenna, ho proseguito invece verso sinistra e dopo una curva in salita mi si è presentato davanti quello che io ho soprannominato IL MOSTRO.

Chiamasi IL MOSTRO questa simpatica salita che all’apparenza sembra assurda ma che in realtà, una volta arrivati in cima dopo circa 150 m di percorrenza e 215 di guadagno in altitudine, risulta essere EFFETTIVAMENTE assurda. Ed è solo l’inizio di questa bellezza.

IL MOSTRO su Google Earth https://earth.app.goo.gl/?apn=com.google.earth&isi=293622097&ius=googleearth&link=https%3a%2f%2fearth.google.com%2fweb%2f%4043.20330924,11.20745618,398.86495476a,460.28445559d,35y,-5.37330138h,85.21066488t,360r

In preda a visioni mistiche in stile vagamente fantozziano, con un paio di brevi soste, giungo di fronte a un breve tratto pianeggiante, seguito da una bella discesina al termine della quale, rinfrancato dalla pendenza favorevole, mi si presenta davanti il Poggio Alberino, quota 513 mt secondo le mappe. In preda alle visioni precedentemente citate controllo la mappa e deduco che il sentiero ad un certo punto pieghi ed eviti la vetta dunque riparto fiducioso.

A metà salita sulla destra noto l’invitante sentiero che riscendendo in picchiata si ricongiungerebbe all’anello di Stigliano e dunque alla salvezza, di fronte la sfida (allucinante) resa mite dalle info (erratamente tratte) dalla mappa.

Decido di proseguire ancora e il sentiero continua a salire, lo sento sotto i piedi che sghignazzando mi dice “pensavi che non arrivassi in cima eh ahahahahah” e invece evita effettivamente la vetta di qualche decina di metri, sarò dunque a quota più o meno 500 mt quando finalmente raggiungo la fine dell’immane salita. Ripresa coscienza mi soffermo e mi guardo intorno, il panorama effettivamente da quassù è appagante, sulla sinistra si scorge Montebello e il Poggio, dietro Ciciano verso la zona di Chiusdino/Luriano. (le foto scarseggiano perchè, ovviamente, sono venute tutte mosse in quanto in quel momento non ero più padrone del mio corpo)

Proseguendo verso il punto più alto e superato il primo di una lunga serie di disboscamenti scriteriati (dei quali vi parlerò più avanti), piego leggermente a destra per seguire il tratto in discesa che mi porterà, girando a sinistra, prima ad un capanno di recente utilizzo poi verso destra per raggiungere il poggio successivo. Evitando ogni volta gli altri sentieri che, come canti di sirene, mi invitano a tornare indietro.

Dopo circa 300 mt raggiungo la vetta successiva, Poggio Siena Vecchia, 528 mt di altitudine. Sulla vetta si nota una struttura molto antica, forse addirittura di epoca etrusca. Una striscia di pietre che formano un perimetro molto ampio vagamente circolare che sono palesemente opera dell’uomo, forse un’antica fortificazione, seguita poco lontano da un piccolo casolare di epoca però più recente.

Da questo punto in poi le pendenze si fanno più dolci, il panorama si apre dal lato di destra dove si scorgono notare San Rocco e Rosia. Il paesaggio è reso visibile anche, purtroppo, dalla deforestazione e dagli abbattimenti scellerati nella zona. Purtroppo i mezzi pesanti tipicamente usati per questi scopi hanno creato un vero e proprio disastro, gran parte dell’area è posta a sequestro da parte della forestale e l’accesso è vietato. Quello che dispiace, oltre allo scempio a livello naturale, è che i sentieri sono stati cancellati e resi irriconoscibili, tanto da dovermi affidare completamente alle app e al gps per essere sicuro di trovare la strada giusta. Raggiunto il Canton del Prugnolo, ultima vetta prima del Monte Acuto, ho fatto alcune foto ma sinceramente il sentimento di angoscia e tristezza mi hanno in gran parte rovinato il divertimento.

Il percorso, seguito rigorosamente col gps essendo impossibile seguire tracce a terra se non quelle lasciate dai mezzi, mi porta a scendere per l’ultima volta di quota. Si incontrano diverse aree adibite, suppongo, al ristoro dei cacciatori essendo segnalate da tracce blu come lo sono i canonici sentieri con le tracce bianco-rosse. Come ultima tappa salgo in vetta al Monte Acuto, 453 mt di altitudine prima di rientrare a Torri alla soglia dei 17 km in 7 ore circa di percorrenza. In paese per fortuna vengo recuperato da un’anima pia che mi riporterà alla macchina a Brenna un attimo prima di venire investito da una pioggia incessante. La fortuna è stata quella di aver accelerato il passo nell’ultimo tratto in modo da evitarla.

L’avventura è stata veramente entusiasmante, un’altalena di emozioni che consiglio a tutti di provare (a parte la seconda parte che consiglierei solo a qualcuno particolarmente antipatico).

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