Non essendo ancora un paese a vocazione rugbistica, in Italia purtroppo viviamo di mode ed usanze che giungono da noi in ritardo rispetto ai paesi rugbisticamente avanzati.
Dunque non c’è scandalo se, pur essendoci in certi ambiti già un certo fermento (siamo indietro si, ma mica siamo coglioni…) talvolta ci svegliamo davvero solo se riceviamo segnali o conferme da chi detta le mode nel rugby.
Può accadere per esempio che in Italia si facciano polemiche sui commentatori di rugby in tv, a volte con toni non esattamente educati e ciò non va bene, ma che ci siano correnti contrastanti. Divisi ovviamente sempre tra iper-retorici che this is not soccer se lo zupperebbero anche nel caffellatte alla mattina e lo rivogano in ogni dove senza senso alcuno, e gli iper-polemici o presunti tali a cui tutto fa schifo e tutto va buttato per aria.

Così anche stavolta i mods inglesi giungono con le loro vespine piene di fari aggiuntivi e con le loro pettinature a sottolineare che qualcosa sta cambiando, o deve cambiare.
Dopo questo 6 Nazioni qualcuno finalmente punta il dito contro Clive Woodward e la sua petulanza, dopo che per anni ha sparato letame su chiunque, spesso anche solo per ricordare al mondo che lui esiste. Vi confesso che le uniche uscite che ho sempre apprezzato di Rassie Erasmus sono le risposte piccate rivolte al guru che ha vinto la RWC2003 (si ma dopo?)
La mia non è un’invettiva contro Clive Woodward, è solo l’inizio di un’analisi più ampia.
Frequentando abbastanza spesso la Premiership ho avuto modo di assistere ai commenti tecnici di ex giocatori del calibro di Lawrence Dallaglio, Austin Healey, Jim Hamilton ed altri. Ma non sempre l’esser stato un giocatore iconico e mitologico corrisponde all’essere un commentatore capace e piacevole da ascoltare. Vale ovviamente anche il contrario. E vale ovviamente anche il caso di mezzo, tipo Healey che non era bono in nessuno dei due ambiti.

Così Andy Goode, scagliando da Rugby Pass il primo strale contro Woodward e i suoi continui e ripetitivi attacchi ad Eddie Jones durante il 6 Nazioni, ha aperto le danza di una più ampia critica verso chi in tv commenta il rugby. Gli fanno eco ad esempio Ben Nurse con parole leggere tipo “è troppo desiderare dei commentatori che sappiano i nomi dei giocatori?”

Oppure Joe Marler che proprio replicando al tweet di Nurse dice che ascoltare i commenti “è come stare a guardare la vernice mentre si asciuga”.
Tutto questo per dire che nonostante ci siano nomi di ex giocatori super blasonati nella lista dei commentatori televisivi d’oltremanica, in molti cominciano ad interrogarsi se non ci sia bisogno di qualcosa di nuovo e diverso, di tecnici che conoscano bene lo sport, di lavagne tecniche e analisi anche durante le partite in tempo reale. Insomma di persone non solo realmente preparate ma che abbiano i tempi giusti per coinvolgere e intrattenere il spettatore. Non solo polemiche a non finire, battute e battutine spesso anche slegate dal gioco e gente che se gli chiedi di quel giocatore ti risponde in diretta che non l’ha mai visto giocare.
Dalle nostre parti il problema non è rappresentato dagli ex giocatori che anzi danno un tono giusto alle partite che altrimenti sarebbero un brusio continuo di commenti che con ciò che accade in campo non ci incastrano un bel niente.
Che sia una nuova moda? Che sia un qualcosa che stia per arrivare pian piano anche da noi? Forse il tempo degli almanacchi e del libro degli aneddoti potrebbe essere giunto ad una conclusione anche dalle nostre parti?
Chissà, fatto sta che sentir parlare un po’ meno durante le partite e magari un po’ più di ciò che succede in campo non guasterebbe.
