6 Nations 2024 e “nomi sulle maglie”: l’approccio (o deriva) commerciale del rugby

22 Gennaio 2024

L’argomento caldo delle ultime settimane: i giocatori di tutte le squadre del 6 Nazioni 2024 avranno il proprio nome stampato sulla maglia. Tra le mille discussioni e i tanti commenti sui social c’è stato anche un simpatico scambio di battute con l’amico Damiano Vezzosi, giornalista che scrive per onrugby.it dall’Irlanda, nonchè contradaiolo della Nobil Contrada del Nicchio come me. La discussione è proseguita poi in forma privata e si è evoluta in un confronto più ampio sull’approccio commerciale tenuto dal rugby negli ultimi anni.

Ovviamente ci sono stati scambi anche simpatici, non voglio annoiarvi con un saggio (non ne sarei all’altezza) ma vorrei rendervi partecipi anche di alcuni passaggi più “leggeri”.

Partendo da una prima analisi sulla qualità di certi interventi sui social ho detto a Damiano che, ad abbassare la qualità dei commenti, notavo anche una profonda misconoscenza della lingua italiana, affermazione alla quale Damiano ha risposto:

Hai parlato di misconoscenza dell’italiano. Sai benissimo che se scrivi misconoscenza su Facebook partono almeno 4 infarti!

La difficoltà nel distinguere le opinioni dai fatti pervade tutti i contesti e tutti i temi trattati sui social ma è tornando sull’argomento principale che Damiano fa un’affermazione che ha poi dato vita a tutto ciò che state per leggere:

L’apporre il nome del giocatore sulla maglia della nazionale è una spia di un problema più ampio, ovvero quello dell’approccio commerciale del rugby, approccio commerciale che ha creato già enormi danni nel calcio.

Nonostante ancora le Unions e le varie organizzazioni mantengano una gestione un po’ più tradizionale, secondo Damiano l’approccio commerciale per il rugby è deleterio. Personalmente mi trovo d’accordo con il fatto che la questione “nome sulle maglie” sia la spia di un problema, ma ho anche affermato che questa “è solo una delle spie accese” e che per me “siamo davanti ad un vero e proprio albero di Natale”.

Finita la parte ludica ho voluto approfondire la questione specifica e i lati negativi e positivi di questo approccio commerciale e delle iniziative che lo caratterizzano, non solo il rendere riconoscibili i giocatori, sfruttare l’idea per il merchandising e via discorrendo.

Ad esempio alla lista delle “luci di Natale” sulla deriva commerciale si possono aggiungere, o almeno citare come alcune fra le più luminose, le maglie cambiate tutti gli anni e la regia delle canzoni allo stadio (si può chiamare anche DJ), cosa che ad esempio in Premiership ha creato talvolta anche delle gaffe. Entrambe le cose vengono dal calcio, dove già non sembra abbiano contribuito a rendere il gioco più popolare. Neppure più ricco a dire il vero, visto che quando la società è gestita male non sono certo le magliette o la musica allo stadio a sanare un bilancio.

Locandina della finale di Premiership 2022, con il concerto di Sophie Ellis Bextor e molte altre attrazioni

Anche con queste aggiunte la lista è largamente incompleta, né pretende di essere esaustiva, ma ci fa da intro per parlare proprio della Premiership dove negli ultimi tempi la situazione economica dei club è decisamente critica. In principio furono i Wasps che, con il loro trasferimento a Coventry iniziato nel 2014 , hanno investito capitali ingenti mai recuperati. Poi pian piano i club hanno iniziato a spendere sempre di più in eventi extrarugby, intrattenimenti vari senza entrare troppo nello specifico, mentre i ritorni da merchandising e biglietterie hanno tutt’altro che coperto le spese. Così, nonostante un budget cap che dovrebbe garantire la sostenibilità per tutti, piano piano si assiste ai “fallimenti” a noi noti di Worcester Warriors e London Irish, mera punta dell’iceberg del problema.

Salendo più in alto nelle gerarchie del rugby mondiale, potremmo spendere qualche parola anche per la gestione degli investimenti sullo sviluppo da parte di World Rugby. Materia complessa e difficile da sintetizzare ma un sintomo di malfunzionamento è che troppo spesso si investe su mercati interessanti solo da un punto di vista commerciale, come ad esempio accaduto con gli USA, dedicando meno energie ma soprattutto risorse economiche allo sviluppo e la diffusione del rugby in nazioni più in difficoltà. Con il risultato che negli Stati Uniti il rugby è giunto ad un punto morto della sua crescita mentre restano irrisolte tante questioni legate alla disparità di livello tra i vari tier (dove ovviamente la colpa non ricade sempre e tutta su World Rugby).

Avevo già fatto riferimento a queste disparità nell’ultimo articolo dedicato alla Regulation 8 di WR.

Non tutto il male viene per nuocere e vale anche per l’approccio commerciale. Partendo da un esempio particolare, un evento che risale a quasi 10 anni fa, il problema si presta ad una diversa lettura.

Anno 2014, Dan Carter divenne il giocatore più pagato di tutti i tempi: €1,5M a stagione per tre stagioni con il Racing Metro 92. Durante la conferenza stampa di presentazione del giocatore, l’intervento di Jacky Lorenzetti, patron del club parigino, fu il seguente: “Carter è il giocatore col più alto ingaggio ma anche il meno costoso della squadra, grazie ai benefici economici che porta”.

Due anni più tardi, nel 2016, gli faranno eco le parole di Ronan O’Gara, allora assistant coach sempre del Racing: “Dan Carter è la risposta del rugby alle superstar del calcio Lionel Messi e Cristiano Ronaldo”.

Cosa possiamo evincere da tutto questo? Che in certe occasioni, nonostante il rugby sia lo sport di squadra nella sua massima espressione, nonostante un giocatore da solo non faccia la differenza e non vinca le partite, certi nomi e certe immagini si prestano naturalmente come mezzo di comunicazione potente. Il merchandising e la commercializzazione legati a Dan Carter, veicolando il giusto messaggio come detto sopra, sono imprescindibili e fanno parte della cultura di qualsiasi appassionato di sport che apprezza, venera o si ispira al campione del momento. Dunque nessun snaturamento della tradizione a mio avviso.

Dan Carter con la maglia del Racing Metro 92, oggi Racing 92

Il rugby ha bisogno di allargare i propri confini, di esporsi ad un pubblico sempre maggiore e di fidelizzare quello già acquisito, con messaggi più moderni e modalità in linea con i tempi che corrono. Ciò non significa svendere l’anima o mettersi totalmente alle spalle la tradizione, significa semplicemente investire sull’immagine del nostro sport senza snaturarne l’essenza.

In conclusione: secondo me e in parte anche secondo Damiano Vezzosi, che ringrazio per aver preso parte a questo approfondimento, i nomi sulle maglie sono un male decisamente minore. Sarebbe però interessante cominciare a discutere sui temi allargando la visuale e dando il giusto peso alle varie problematiche.