Disastro Italia. Un ennesimo pessimo risultato dovrebbe far riflettere sullo stato di salute del nostro rugby (o no)?

25 Ottobre 2020

Non si può giudicare il successo o il fallimento di un progetto da un solo risultato: se Irlanda – Italia di ieri fosse finita con una insperata vittoria degli azzurri nessuno avrebbe potuto dire “ci siamo! siamo pronti per questo livello! continuiamo a lavorare in questa giusta direzione!” (o forse qualcuno lo avrebbe detto, in malafede).

Il problema vero secondo me sta nel definire come insperata una eventuale vittoria. Partire costantemente sconfitti e di sicuro non per colpa dell’attuale coach Franco Smith o dei giocatori che comunque, presi individualmente, non sono molto lontani dal livello richiesto. Per chiudere l’analisi sulla prestazione e passare a quella del movimento, l’unica giustificazione che si può provare a dare è data dagli effetti del lockdown che da noi è stato molto più stringente e ci ha fatto cominciare più tardi e con più limitazioni a lavorare. Anche se oramai dovrebbe essere un problema superato.

Tolte le varie giustificazioni per un risultato deprimente non tanto sul tabellino quanto sul piano della qualità espressa negli 80 minuti, bisogna secondo me cominciare ad analizzare vari aspetti con obiettività. E vorrei partire con due domande.

È normale che un movimento quasi totalmente fallimentare, con la nazionale non solo in crisi di risultati ma soprattuto di qualità ed identità, con società che spariscono, con numeri di tesserati in calo e tanto altro, veda le sue posizioni di comando non solo inalterate ma sempre più arroccate, confermate e sigillate?

Possibile che davanti a dei risultati pessimi di un progetto nessuno abbia il posto di lavoro in dubbio, anzi ne venga garantita la permanenza vita natural durante e con aumento/accentramento di poteri e responsabilità?

Questo dovrebbe far riflettere, in una normale azienda se non si portano risultati si rischia il licenziamento, se si registrano grosse perdite i dirigenti si dimettono (o dovrebbero) mentre nella nostra federazione accade l’esatto contrario. Chi dovrebbe prendersi delle responsabilità viene giustificato, incensito e promosso. Lo trovo piuttosto ambiguo e fuori luogo. Chi può o deve dire qualcosa viene imbavagliato con il Codice Etico che, se da una parte è giusto esista per dare un’immagine di coesione ed evitare che chiunque possa sparare a zero ad ogni minimo passo falso, dall’altra risulta essere un bavaglio, una censura, in un movimento che va avanti a soli passi falsi con pochi buoni risultati da vantare. E quei pochi risultati vengono sbandierati come grandi successi simbolo di un sistema che funziona alla grande.

L’esigenza di riformare credo sia oramai talmente evidente ed innegabile che non si legge altro in giro per i social, e solo nei social visto che non esistono canali o anche solo programmi di approfondimento in tv, spazi nei giornali o nelle testate online, come avevo precedentemente analizzato in questo articolo. Dopo ogni brutto risultato della nazionale (cioè dopo ogni partita), parte il coro unanime “DIMISSIONI! DIMISSIONI! DIMISSIONI!”. Giusto, ok, ma…

Mandare tutti al diavolo e mettere qualcuno di nuovo a dirigere il carrozzone sarebbe la soluzione miracolosa a tutti i problemi? Non credo. Sarebbe un buon primo passo nella direzione di una rivoluzione completa e generale del movimento? Si, ma non basta.

cruente immagini da uno degli scontri tra FEDERALES ed ANTIFEDERALES

Servono le idee, i programmi, ma non solo da parte di una eventuale nuova dirigenza. Serve una riforma culturale a tappeto dell’intero movimento rugbystico italiano.

Serve non guardare più al proprio piccolo orticello ma al bene di tutti, per ampliare la platea e attirare numeri e investimenti. Le società virtuose non possono chiudersi e dire “se ce la facciamo noi da soli ce la possono far tutti” in un’Italia dai territori e le realtà molto diverse tra loro e con difficoltà crescenti e da anni irrisolte. Dall’organo dirigenziale centrale ci si aspetta sostegno, che non significa distribuire fondi a pioggia a casaccio, utile solo a creare consensi, ma creare e finanziare progetti, destinare non solo fondi e danari ma anche persone abilmente formate a garantire che fondi ed investimenti generino risultati.

Serve riportare sangue ai capillari, far rifunzionare al meglio i sistemi periferici per riportare ossigeno anche al sistema centrale. Oramai tutte le risorse sono solo destinate all’altissimo (?) livello ma si stanno anche sempre più velocemente esaurendo, e con esse la pazienza di chi nei sistemi periferici fatica a sopravvivere. In strutture fatiscenti, poco invitanti, nell’invisibilità e, spesso, dovendo spartire o litigarsi spazi con le società di calcio.

Leggendo in giro vedo solo parlare di ripartire dal minirugby, giusto e di fondamentale importanza ma è l’unica cosa? Non credo. Dobbiamo lavorare da subito molto bene dall’under 6 in su per creare i talenti del futuro ma non abbiamo bisogno anche di allenatori ed arbitri? Che facciamo aspettiamo 20 anni che i nostri under 6 o gli under 10 siano cresciuti? Da chi li facciamo allenare? Solo dai genitori che danno la loro disponibilità? E che qualità possono offrire?

C’è bisogno di ridare visibilità, credibilità ed appetibilità al nostro sport. Occorre riformare il nostro sistema di reclutamento in toto, occorre andare nelle scuole (e, perchè no, portare il rugby ad essere praticato nelle scuole ma per questo ci vorrebbero decenni). Occorre riattirare anche, ad esempio, il 25enne che ha visto una partita in tv, perchè magari non sarà un grande giocatore ma sarà sempre uno in più all’allenamento, un appassionato che può dare una mano, anche solo un semplice fruitore della clubhouse. Perchè per le piccole realtà rugbistiche potrebbe essere vitale anche riempire i pub quando ci sono le partite, per attirare sponsorizzazioni. E i pub non si riempiono con gli under 6.

Capisco che la rabbia e la perdita di pazienza di chi si trova costretto a lavorare con solo sacrificio e vedendosi sparire i risultati da sotto le mani parli di pancia, capisco un po’ meno chi nel suo piccolo vede andare tutto bene nella propria società in crescita ma insieme abbiamo bisogno di trovare la giusta visione di rugby come sport praticato in tutto il paese. Perchè solo con questa visione si può far si che ai piani alti ci siano persone competenti che lavorino nella giusta direzione e le risorse aumentino e vengano ridistribuite su tutto il territorio. Altrimenti se non si cambia veramente tutto, anche la famosa base di cui tutti si riempiono la bocca, non si allargheranno gli spazi e le occasioni, non si creerà il famoso professionismo e si rischia che cambiare dirigenza serva solo a cambiare le facce che vanno a ricoprire le solite cariche, con altre persone a lavorare nei soliti sistemi che non funzionano, con franchigie ed accademie a ciucciare soldi e dove mettere a lavorare persone per creare consenso. Perchè solo lì si generano guadagni e solo lì esiste professionismo.

Riformando e ridando lustro ai nostri campionati troverebbero spazio i nostri giocatori più eccellenti, con più possibilità di emergere e crescere prima di arrivare all’altissimo livello. Perchè oggi le franchigie inspiegabilmente fanno sia da palestra che da vetrina, e i risultati si vedono. Per servire alla causa della nazionale devono tornare ad essere vere selezioni territoriali, e per questo si deve innanzitutto far funzionare i territori, e non capisco come mai debba dire e ribadire una cosa così ovvia. Forse perchè oggi di ovvio non c’è più niente in un sistema malato come il nostro.

Instauriamo un dialogo costruttivo, facciamoci trovare pronti di fronte ad una nuova dirigenza e smettiamo di becerare (o di non lamentarsi mai). Cosa ne pensate? Ce la possiamo fare? Ne usciremo prima o poi?