DISCLAIMER – In questo articolo esprimerò dei concetti forse un po’ in controtendenza con ciò che normalmente si legge in giro e che io stesso scrivo. Facendo pure dei confronti con il calcio. Ovviamente motivando le mie opinioni ispirate direttamente dalle dichiarazioni di Sam Warburton nel podcast BBC’s Rugby Union Daily. So già che si genereranno dei fraintendimenti ma vi pregherei di leggere attentamente e poi di replicare nei commenti.
Sperando di stimolare nuove idee e nuove discussioni così come accaduto a me.

Le dichiarazioni di Warburton sono, come spesso accade, controverse e spiazzanti per sua stessa ammissione. L’ex capitano del Galles afferma che per risolvere i problemi del rugby gallese la Welsh Rugby Union non dovrebbe dare priorità alla spesa per il rugby di base, sostenendo che la soluzione sia “investire di più nel rugby professionistico, poi l’interesse per lo sport verrà di conseguenza”.
La WRU sta attualmente intraprendendo una revisione strutturale del rugby in Galles che, secondo l’amministratore delegato Abi Tierney, “non interesserà solo il rugby maschile e femminile d’élite” ma sarà “una strategia omnicomprensiva che copra anche il community rugby e il rugby regionale”. Questo perchè c’è stato un calo del numero di giocatori e squadre a livello di base, ma Warburton non crede che questa debba essere la priorità finanziaria della WRU.
La questione è semplice, si lamentano del fatto che ci sono club di base che non riescono a mettere in campo abbastanza ragazzi e a formare squadre:
“La WRU deve investire di più nel rugby di base!”
Sono completamente in disaccordo.
sam warburton
Warburton prosegue poi citando come esempio la Premier League, il massimo campionato inglese di calcio.
“Guardiamola dal punto di vista del business. Se chiedi all’Arsenal dove viene spesa la maggior parte del loro budget, la risposta sarà ‘per la prima squadra’. E se guardi effettivamente alle loro entrate vengono tutte dalla prima squadra. A quel punto ovviamente puoi anche sostenere la base.” Warburton prosegue poi con tono polemico: “Tutti in Galles dicono ‘abbiamo bisogno di più base, dobbiamo allargare la piramide’. No, aumenti la piramide creando qualcosa di ambizioso per i bambini, qualcosa che li ispiri e che vogliano inseguire.”
“Avere una nazionale di successo e avere regioni (franchigie) di successo susciterà molto più interesse nel pubblico. Per questo è necessario investire denaro nella nazionale e nelle franchigie di URC. Vivo in un posto chiamato Rhiwbina, la domenica è fantastico vedere come le persone siano disposte a sacrificare il loro tempo libero per aiutare i bambini a giocare a rugby. A che serve dare a questi club 10000 sterline extra? Per acquistare i sacconi e gli scudi? No! I ragazzi non verranno agli allenamenti perché attratti dagli scudi belli lucidi e nuovi di zecca“.
Warburton conclude dicendo che “si deve investire in un prodotto che renda tutti entusiasti del rugby in Galles e questo prodotto è il rugby professionistico. Tutti ragionano partendo dalla base verso l’alto, io in realtà penso l’esatto contrario: ci si concentra curando dall’alto e poi tutto tutto il resto si svilupperà di conseguenza. Immagino che in Inghilterra nel 2003, dopo la vittoria nella Rugby World Cup, l’interesse all’interno dei club ed intorno ad essi sia esploso per i successivi 6 mesi”.
Parole dure e ruvide ma che in me hanno acceso una lampadina.

Nei commenti in giro per i social le risposte non si sono fatte attendere, evidenziando come molte partite giovanili saltino durante l’inverno a causa del maltempo e dei campi impraticabili, in tanti acclamano nuovi campi in sintetico 4G per permettere ai ragazzi di praticare con continuità lo sport. Davanti a difficoltà di questo genere, non essendo abbastanza informato sulle reali problematiche specifiche, non posso certo dissentire.
Ma a pensarci bene Sam Warburton non ha tutti i torti, e vi spiego il perchè. Partendo dalla mia esperienza personale.
Tra il 2000 e il 2001 mi sono avvicinato al rugby perchè il sabato pomeriggio, facendo zapping, incrociai un paio di volte le partite dell’Italia al 6 Nazioni alla Rai. Dopo di che ci si incontrava tra amici e si commentava “oh ma hai visto che roba il rugby!” e con l’amico Gegio di Scooterismo.it ci divertivamo a snocciolare nomi di giocatori e a raccontarci le azioni più belle. E come per miracolo d’estate ci ritrovammo in una decina di disgraziati a giocare a rugby ai giardini (di Piazza d’Armi, per la precisione) con regole un po’ improvvisate e un improbabile pallone da rugby di gomma leggera, simile al Tango da calcio.
Cosa voglio dire con questo pippone? Che si, ci siamo appassionati al rugby perchè lo abbiamo visto in televisione, perchè l’Italia al tempo entusiasmava e noi non avevamo neanche idea che a Siena ci fosse una squadra di rugby! Il resto poi è storia ma serve per trarre alcune conclusioni.
L’idea di investire maggiormente sull’alto livello, creando ambizione, un prodotto che entusiasmi con vittorie ed eventi porterebbe interesse, porterebbe gente a voler provare a giocare, ad avvicinarsi ai club. E questo l’ho già ripetuto tante volte sia qui sul blog che sui social.
ATTENZIONE! L’investimento deve essere volto allo sviluppo, alla crescita, alla sostenibilità dell’alto livello, alla creazione di un prodotto valido a livello di marketing, che faccia da calamita per il pubblico.
Perchè tornando a noi, il problema in Italia non è dove si è investito ma COME si è investito. Perchè dal nostro ingresso nel 6 Nazioni sono state sperperate valanghe di soldi per interessi diversi dal “bene del rugby” per mantenere gli amici e i parenti, per mantenere chi porta i voti e via discorrendo.
Quindi probabilmente investire sull’alto livello non sarebbe sbagliato a prescindere, se questo non fosse permeato dal malaffare. Redistribuire si ma ricostruendo anche un’identità, una passione ed un attaccamento al rugby di elite, che non possiamo indicare come professionistico per le solite ragioni ma che dovrebbe tornare ad essere visto come un punto di arrivo, come una garanzia di futuro almeno per chi vale e per chi è disposto al sacrificio, senza aiutini e manfrine di sorta.
