la Voce ed il Fischietto: storia delle modifiche al Regolamento di Gioco del rugby – by Domenico Piunti

10 Agosto 2022

Avevo recentemente parlato dei cambiamenti nel Regolamento di Gioco del rugby, resi necessari negli anni ’80 da alcune novità tecniche sostanziali sviluppatesi nell’emisfero australe. Se volete approfondire trovate tutto in questa “pillola” sulla pagina Facebook di Barba Ovale.

In questo articolo troverete una timeline contenente le principali modifiche regolamentari e le dinamiche del gioco che hanno portato a tali interventi, non solo per la curiosità storica ma anche per poter capire il percorso che ha portato il Regolamento di Gioco del rugby alla sua forma attuale, sempre in continuo aggiornamento.

Si può pensare  che l’attitudine o la “moda” di cambiare spesso la forma delle leggi che governano il nostro gioco sia una caratteristica del rugby degli ultimi anni, in realtà è un iter che parte da più lontano. Cerchiamo insieme di ricostruirlo attraverso le tappe più importanti.

L’EVOLUZIONE DEL GIOCO NEGLI ANNI ‘80

A moltiplicare i contatti sul campo, oltre alle novità dell’emisfero australe di cui sopra, è stata negli stessi anni un’altra evoluzione tecnica importante del gioco, sviluppata (paradossalmente) in Francia nell’emisfero nord e in Australia nell’emisfero sud, che ha determinato la nascita del concetto di miniruck e di cellula.

Non più rucks a pieno organico, non più battaglie a logorare i primi 8 ma azioni mirate all’allontanamento delle minacce sul punto d’incontro.

Per i francesi lottare contro packs di norma più pesanti e tentare di sfiancarli in ruck 8vs8 era un gioco a perdere. Così agli avanti francesi furono richieste sempre più capacità nel portare palla e guadagnare la linea del vantaggio, per poter impegnare più avversari intorno al breakdown.

Si generavano così palloni veloci da utilizzare vicino le guardie, con i trequarti sempre più liberi di giocare senza la copertura degli avanti più veloci, impegnati intorno alla zona del breakdown.

In quegli anni le linee arretrate francesi erano molto più forti di quelle di ogni altra nazionale, dunque un attacco in terza/quarta/quinta fase con la mischia avversaria (e magari qualche trequarti) fatta fuori, aumentava enormemente la possibilità di segnatura.

Giocare con ballcarriers affidabili e far correre verso punti d’incontro diversi avversari più pesanti era una strategia vincente.

La reazione delle difese fu quella di cercare di impegnare meno difensori nel breakdown, colmando gli spazi in ampiezza con più giocatori. Gli intervalli nella linea difensiva andavano riducendosi, diminuendo notevolmente le chance per un gioco di evitamento da parte dell’attacco. Dunque anche per questo aumentarono l’intensità e la quantità degli impatti.

Piccolo aneddoto: un altro elemento perfezionato in quegli anni fu la maul “dinamica”. Fino ad allora le maul erano fatte per bloccare un possesso sicuro in caso di pallone che indietreggiava verso la propria linea di meta. Sempre i francesi invece perfezionarono i raggruppamenti in piedi con spinta e disassamento continuo della direttrice di progressione. Anche questa tecnica aveva lo scopo di assorbire gli avanti veloci vicino al pallone per creare più spazio ai trequarti.

Laurent Rodriguez in azione palla in mano

I primi followers dei francesi furono gli australiani di Alan Jones e gli inglesi, che nel 1988 rinnegarono la loro storia rugbistica chiamando uno staff coordinato da Pierre Villepreux a rimodernare il loro rugby.

Il lavoro di Jones in Australia era cominciato nei primissimi anni ottanta, e consisteva nel concepire i 15 in campo come giocatori universali (cosa mai successa prima di lui). Quindi a gioco rotto ciascuno doveva adattarsi ad un primigenio concetto di utilità e ad acquisire il ruolo che in quel momento era il più adatto alla posizione di fatto.

Oltre a questo gioco più “liquido”, gli australiani cominciarono a mutuare tecniche e letture delle situazioni dagli altri sport, il Rugby League prima di tutti, ma anche il basket. In questo modo nel tempo perfezionarono sempre di più il concetto di miniruck fino a razionalizzarlo con la tecnica del diamante e della cellula (dagli anni novanta fino al giorno d’oggi). L’evoluzione della cellula ha seguito la sempre più forte commistione fra Union e League, così come le seconde ondate, le corse a vuoto, il placcaggio in piedi, etc.

L’arrivo di Villepreux in Inghilterra determinò un cambiamento del gioco che passò dall’altissimo livello (nazionale 1988) a tutto il movimento a cura della RFU. Paradossalmente, almeno fino a tutti i mondiali del 1991, l’unica squadra che rimase fedele al suo gioco fatto di mischia, 5/8 che correvano sempre dritti e fullback fu la Nuova Zelanda.

Alan Jones, coach dei Wallabies

LE PRINCIPALI MODIFICHE DEL REGOLAMENTO DI GIOCO

Verso la fine degli anni ’80 la NZRFU, ovvero la federazione neozelandese, aumentò la collaborazione con il sindacato dei medici sportivi per analizzare le cause degli infortuni, soprattutto delle situazioni direttamente correlate a danni permanenti.  

Ne risultò la necessità di rendere più sicure le fasi statiche e statico-dinamiche, con la sperimentazione di alcune norme tra cui il divieto di spinta una volta tallonato il pallone nelle mischie ordinate e la maggiore tutela dei mediani di mischia una volta assicurato il possesso del pallone sui punti d’incontro.

Al tempo però la Nuova Zelanda era molto lontana, inoltre il rugby di altissimo livello era confinato a poche squadre. Così l’unica eredità subito capitalizzata a livello di World Rugby (o IRB che dir si voglia) fu l’obbligo da parte dei giocatori di prima linea di avere la schiena diritta e mantenere le spalle più alte rispetto al bacino.

La necessità di rendere il gioco più fluido e meno spezzettato, unita all’esigenza di assicurare una maggiore salvaguardia degli atleti, divenne palese con l’introduzione della regola che permetteva al personale medico di entrare in campo anche durante le azioni di gioco (applicata sperimentalmente, poi resa effettiva fra il 1988 e il 1989). Una norma che all’inizio creò una grande confusione in partita, soprattutto ai livelli più bassi, ma che rappresentò una vera e propria svolta.

L’introduzione dei cartellini giallo e rosso a livello internazionale risale al 1995. Sebbene le ammonizioni e le espulsioni siano quasi da sempre esistite, i giocatori ammoniti rimanevano comunque in campo a meno di non aver ricevuto precedentemente un altro giallo, cosa che ne implicava l’espulsione. Il sin-bin è stato introdotto nel 1999.

In Francia fu persino sperimentato il cartellino bianco, idea poi ripresa nella forma, ma non nell’effetto, dal Super Rugby nella stagione 2012. Il cartellino bianco si differenziava perché destinato a sanzionare falli tattici ripetuti, mentre il giallo e il rosso erano riservati alle situazioni di antigioco.

Nel 1999 fu tra l’altro legalizzato quello che si definiva “ascensore” in touche, sempre per la necessità di tutelare i saltatori durante le rimesse laterali

Permaneva il problema della disciplina nelle mischie ordinate: pressoché ogni anno piccole modifiche regolamentari o nuove direttive venivano emanate allo scopo di rendere meno traumatici gli impatti fra le prime linee. Di fatto, si stava cominciando a rendere specializzati e “professionali” i tre ruoli di prima linea e nel tempo abbiamo visto come siano divenuti obbligatori i sostituti specializzati nelle gare con gli otto cambi in panchina. Correlata a tutto questo anche l’introduzione della “uncontested scrum” o mischia no contest quando non più disponibili un pilone sinistro, un tallonatore, un pilone destro.

Nelle more di queste modifiche, nel 1996 l’introduzione anche a livello di World Rugby delle sostituzioni tecniche (le singole Unions proponevano già emendamenti per le gare domestiche) rappresentò un’opportunità per permettere ai giocatori impegnati nei ruoli più usuranti di tirare il fiato. Fino a quel momento, e solo dal 1968, era possibile sostituire solo giocatori infortunati, previo accertamento da parte del medico di campo.

LA GENESI DELLE REGOLE SPERIMENTALI

In tempi più recenti, l’insediamento di Paddy O’Brien come responsabile del settore arbitrale della World Rugby fu seguito da un progetto durato cinque anni (dal 2004 al 2009) voluto con forza soprattutto dallo stesso O’Brien. Entrarono in gioco le cosiddette ELVs, ovvero le variazioni sperimentali. 23 cambiamenti regolamentari furono proposti e sperimentati a partire dal 2007: 13 di questi furono adottati a livello globale dal 2008 e 10 confermati in via definitiva nel 2009.

Uno dei provvedimenti bocciati fu l’obbligo delle spalle più alte del bacino anche per i giocatori impegnati nelle maul. Tra le variazioni invece divenute regolamento, le più rilevanti in termini di sicurezza furono lo spostamento a 5 metri della linea di fuorigioco sulle mischie ordinate e il pre-gripping in touche.

Tornando alla formazione delle mischie ordinate, per minimizzare i traumi e le lesioni permanenti ai giocatori di prima linea è stato svolto un lavoro complesso ed articolato. Vari team di medici di tutto il mondo sono stati impegnati per anni sul progetto, l’ultimo miglio venne poi curato dal team di Rugby Science dell’Università di Bath, su incarico di World Rugby.

Una lunga osservazione su un’ampia gamma di squadre, dai più piccoli fino al livello internazionale d’élite, finalizzata a stabilire il grado di forza a cui sono soggetti i giocatori di prima linea nella parte alta e bassa della schiena nei momenti del contatto e della spinta.

Constatati i risultati controversi delle varie modifiche, compresi i quattro tempi di ingaggio chiamati dall’arbitro, dal 2013 si avviò la sperimentazione della tecnica del “crouch, bind, set” che nel 2014 è diventata regola.

Nel 2016 fu introdotto il Protocollo sulle Concussions, ovvero le commozioni cerebrali, con l’intento di salvaguardare i giocatori che hanno subito colpi al capo, sospendendoli per il periodo necessario e monitorandone il decorso fino al ritorno graduale e in sicurezza al gioco.

In quel periodo veniva sempre più circoscritto il perimetro dei placcaggi pericolosi con il sollevamento dell’avversario (tip tackles, spear tackles), fino ad arrivare, nel 2011, alla dichiarazione di “tolleranza zero”

Negli ultimi anni poi sono state emanate direttive per diminuire la pressione sui mediani di mischia dopo le fasi di conquista del pallone, per ridimensionare la casistica sulla pericolosità dei placcaggi e sui comportamenti del placcatore, rendendo più trasparente l’interpretazione dei punti d’incontro.

Ma al contempo sono state adottate modifiche regolamentari tese anche a rendere il gioco più veloce, meno spezzettato e più “fruibile” da un pubblico meno esperto. Potremmo concludere che gli obiettivi di certi cambiamenti si sono via via alternati, talvolta soddisfacendo entrambe le necessità (spettacolo/ritmo e sicurezza dei giocatori) altre volte sacrificandone una, rendendo un po’ meno chiaro quale direzione voglia prendere World Rugby nel suo percorso.

Giungendo ai giorni nostri, l’introduzione del rosso a tempo è una misura di mitigazione utile nel periodo della sperimentazione/introduzione di regole meno tolleranti sulle posture dei giocatori che approcciano il placcaggio, regole che tengono conto delle conseguenze per la salute dei rugbisti a seguito di impatti che interessano il capo.

La cultura del gioco del rugby, in chiave meramente storica, vuole che le partite terminino possibilmente in 15 contro 15 e che le squadre siano penalizzate dal dolo o dalla colpa grave di un proprio giocatore, ma non da una “semplice” condotta imprudente.

Il cartellino a tempo vorrebbe essere una pausa di riflessione che permetta agli arbitri di applicare cum grano salis il regolamento e, soprattutto, ai giocatori di temperare i loro approcci all’avversario.

In questo senso, per me, è una norma temporanea che prevede sanzioni a tempo. Insomma, una navigazione a vista per governare una transizione, non una soluzione definitiva.

Secondo voi, come finirà?