Owen Farrell ha recentemente deciso di mettere in pausa la sua carriera internazionale con la maglia dell’Inghilterra.
So che dalle nostre parti, dove il professionismo non esiste, sia difficile percepire tutto ciò che sta dietro una decisione simile. Con questo non voglio dire che coloro che scrivono sui social che “tanto Farrell lo fa perchè sa di non rientrare nei piani di Borthwick” dicano castronerie. Probabilmente sarà una parte dell’equazione, chissà!
Vorrei però che ci si soffermasse su due aspetti, fondamentali e sintomatici di un male che affligge il nostro amato sport da qualche anno a questa parte.

Il primo aspetto, che non riguarda direttamente il caso in questione, è che il rugby professionistico è diventato talmente logorante, con calendari fitti come penne di nana, che scegliere di porre fine all’impegno con la propria nazionale è sempre più frequente anche da parte di giocatori in un’età non tanto avanzata.
In alcuni casi, per fortuna, ciò continua ovviamente a fare scalpore ma non è forse chiara la portata del fenomeno. Soprattutto per quanto riguarda il secondo aspetto, quello che sembra essere legato alla decisione di Farrell.
Si parla di “mental health” ed è un problema tanto sottovalutato quanto reale ed in crescita. Quando si parla di problemi psicologici va da se che o si è esperti in materia o circoscriverne le cause è piuttosto difficile essendo innumerevoli. Una però è piuttosto lampante ed è quella del social media abuse.
Il caso di Farrell ne richiama di simili: Wayne Barnes, Tom Curry dopo le questioni con Mbonambi al mondiale (abusi denunciati dallo stesso Farrell in una conferenza stampa), Ben O’Keeffe per stare sugli eventi più recenti e ne potrei aggiungere molti altri.
La pressione sul campo talvolta sembra quasi un’inezia rispetto a quello che i professionisti subiscono sui social network dove accade addirittura che le offese siano rivolte anche ai familiari, fino a giungere alle minacce di morte.

Sono professionisti, lo devono mettere in conto! Con quanto guadagnano cosa pretendono?
Si leggono spesso robe simili ma ci si dimentica che questi sono tutti ESSERI UMANI, prima che professionisti. Su questo aspetto non vorrei aggiungere molto o rischierei di essere prolisso e pure melenso.
Vorrei solo che chi sta leggendo queste poche righe e chi non lo farà ma usufruisce quotidianamente delle piattaforme social, tutti quanti ci soffermassimo un attimo a pensare che al dilà dello schermo ci sono ESSERI UMANI, persone come noi, che dopo un match provante, dopo una sconfitta dura in cui hanno datto tutto e di più, sono costrette a subire angherie di ogni tipo, sui social, sui giornali, magari anche per strada.
Soffermiamoci a pensare prima di scrivere… tutti, me incluso. Soffermiamoci e pensiamo se a noi farebbe piacere stare nei panni di un professionista che rinuncia all’onore di vestire la maglia della propria nazionale anche per proteggere se stesso e i propri cari dai nostri stupidi commenti sui social.
