C’è un aspetto che mi ha affascinato della vittoria del Sudafrica nella Rugby World Cup 2023 e che prima della finale, giocata tra due squadre per le quali tendenzialmente non simpatizzo, ha fatto pendere l’ago della bilancia del mio tifo verso gli Springboks.
Un qualcosa che va al dilà del rugby giocato, in un momento di riflessione in cui mi riconnetto ai valori del nostro sport di cui troppo spesso dalle nostre parti si parla a sproposito.
Il Sudafrica è un paese dagli enormi squilibri sociali e che oggi deve fare i conti con una cultura razzista ancora radicata, nonostante le rivoluzioni e le conquiste fatte nella lotta all’Apartheid, con Nelson Mandela per decenni in prima fila fino a diventarne uomo simbolo a livello mondiale.

Una cultura razzista che ha prodotto una politica di segregazione che dagli anni ’50 in poi ha delineato i contorni sia sociali che territoriali del paese.
Il rugby, una volta accessibile solo alla minoranza bianca (o afrikaner) e di essa espressione e simbolo principale, pur attraverso scelte controverse come le racial quotas è diventato uno sport “popolare” che in qualche modo unisce o avvicina le varie etnie sudafricane
Per molti di coloro che vivono e sopravvivono ai margini della società, il rugby oggi rappresenta un simbolo di speranza, diventare un giocatore professionista di rugby un obbiettivo nella vita, non più un affare riservato solo agli afrikaners. Un modo per uscire ed estraniarsi da una realtà piena di degrado e violenza.
In un’intervista della scorsa settimana Sia Kolisi ha ribadito fortemente che sulle spalle dei giocatori della nazionale c’è il peso di dover rappresentare al meglio il popolo sudafricano, soprattutto coloro che vivono le difficoltà quotidiane dovute alla segregazione, alla povertà, alla violenza e alla delinquenza.

Il rugby diventa speranza, un tifo potente e appassionato carica di responsabilità i giocatori che vanno in campo sapendo di dover vincere soprattutto per chi li sostiene da casa, un tifo che dà loro la carica e la passione per questo sport.
Un’immagine potente che forse spiega anche lo stile e la mentalità che stanno dietro al gioco sudafricano, il modo di confrontarsi con i media, la ricerca smodata di ogni minimo particolare per strappare un centimetro in più, un punto in più. Quel punto in più che mai come in questo mondiale ha fatto la differenza per gli Springboks.
Sembra quasi poetico ma è molto più reale di quanto non sembri: l’attitudine alla lotta, al sacrificio e all’arrangiarsi, il farsi astuti davanti alle avversità, a mio avviso sono la migliore rappresentazione di quel popolo e ne è anche massima espressione, non solo una caratteristica peculiare della squadra come potrebbe essere ad esempio il french flair.
A mio modesto parere potrebbe anche essere una chiave di lettura della crescita di popolarità degli Springboks nel mondo, quasi a rubare spazio a quegli All Blacks che grazie alla loro legacy sono diventati leggenda dello sport fino a travalicarne i confini e che oggi hanno perso parte della loro aurea. A vantaggio di un Sudafrica che diventa la rappresentazione di chi ce l’ha fatta, di chi attraversando le difficoltà più dure della vita è riuscito ad emergere fino a raggiungere la vetta del mondo, di chi grazie al rugby è uscito dalla violenza della strada.

Potrebbe sembrare fin troppo romantico ma il genio di Rassie Erasmus per me sta proprio in questa lettura, nell’essersi lasciato permeare dalle storie come quella di Mapimpi ed averne tratto lezione oltre che carica emotiva.
A me Rassie sta particolarmente sul cazzo per certe uscite e certi modi di fare, per i danni enormi che ha creato il suo Rassie Rant e che tutti negano e derubricano a semplice ragazzata o buffo teatrino. Ma lontano dai riflettori dell’informazione massiva e superficiale si trovano in giro tante testimonianze delle storie dei suoi giocatori che lo hanno ispirato e guidato in questo cammino.
Negare che Erasmus sia un genio sarebbe da ignoranti.
Tralasciando tutto ciò che è successo nella finale di cui mi rifiuto di parlare, il significato profondo della vittoria degli Springboks è per me l’unica storia bella da raccontare di questa Rugby World Cup 2023.
Di come questa sia arrivata lascio che ne parlino e straparlino gli altri.
