Un copione rivisto ma mai noioso e ripetitivo, un momento epico ad esaltazione di un percorso che dura 4 anni (se non più). Una finale mondiale decisa in extremis, un drop, un gesto tecnico sopraffino giunto al termine di un’azione corale in cui ognuno ha saputo giocare il proprio ruolo, ha saputo svolgere il proprio compito, in un susseguirsi di azioni spontanee, quasi come un riflesso incondizionato.
Questo e molto di più si potrebbe dire di quella che molti di noi non-giovani ricordano come una partita epica, ovvero la finale della Rugby World Cup 2003 giocata in Australia e vinta dall’Inghilterra proprio contro i padroni di casa. La partita è un vero ping pong, la miriade di stelle in campo danno spettacolo ma senza quasi mai rompere l’equilibrio. Da una parte, tra gli altri, Stirling Mortlock, gli astri nascenti Tuquiri e Sailor, Stephen Larkam, Matt Giteau e Gregan. Dall’altra Jason Robinson, il capitano/icona Martin Johnson, Mike Tindall, Ben Cohen, Dallaglio e Wilkinson.
Con il passare dei minuti e il risultato sempre sull’altalena, la partita diventa una guerra di nervi con i colpi decisivi sparati dai piedi dei due cannonieri Wilkinson e Flatley. L’equilibrio trascina le squadre fino ai supplementari e a 30 secondi circa dalla fine, sugli sviluppi di una touche sapientemente forzata e voluta dagli inglesi, il mediano di mischia Dawson finta il passaggio e rompe la linea di difesa australiana. Dal break nascerà il setup giusto che porterà Jonny Wilkinson a calciare quel drop, per altro col piede debole (se di piede debole si può parlare nel suo caso) ovvero il destro. Iconica, nell’immaginario collettivo, rimarrà la faccia di Phil Waugh, sullo sfondo di uno degli scatti più famosi di quel drop, mente cerca disperatamente ed inutilmente di saltare per contrare quel calcio.

C’è tanta storia dietro quel drop, la consacrazione della leggenda Jonny Wilkinson allora 24enne, la trasmutazione ad oggetto di culto di Martin Johnson, la prima coppa del mondo (e ad oggi l’ultima) vinta da una squadra dell’emisfero nord.
Qui sotto potete gustarvi gli highlights dell’incontro.
Il 2003 verrà ricordato, oltre che per il gesto di Sir Jonny, anche per l’estate torrida con temperature ben al di sopra della media che mieterà vittime in Europa, soprattutto in Francia. Oltre all’anomala ondata di caldo causerà diverse morti anche l’epidemia di Sars (che oggi risuona familiare). A comporre il panorama incerto scoppia anche la seconda Guerra del Golfo, con JW Bush Jr che dichiara guerra all’Iraq sulla base di dossier dubbi sul possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Il conflitto, oltre a portare alla cattura e alla esecuzione capitale di Hussein, getterà la nazione nel caos e nella guerra civile per anni.
Per quanto riguarda il panorama muicale non ci sono eventi o uscite in particolare che pareggino l’epicità della sfida tra Australia ed Inghilterra. L’anno comincia invece con un evento triste ovvero la scomparsa di Giorgio Gaber, uno dei più grandi cantautori della storia della musica italiana. Uscirà poche settimane dopo la sua morte Io non mi sento italiano, album con 6 inediti tra cui l’omonimo singolo.
Potete ascoltare le tracce clickando sui link evidenziati
In Italia tra gli album più degni di nota esce il secondo di Tiziano Ferro, ovvero 111, che lo consacrerà, dopo il successo al debutto con Rosso relativo, come uno dei più grandi artisti italiani del decennio. 111 è caratterizzato dal solito tono R&B tipico del Ferro degli esordi ma con pezzi più melodici come Sere nere e Non me lo so spiegare. Sergio Cammariere, reduce dal Premio della Critica e il terzo posto a Sanremo con la splendida Tutto quello che un uomo, esce con la ristampa dell’album di debutto dell’anno precedente, ovvero Dalla pace del mare lontano, che trascinato dalla hit sanremese e dal secondo singolo Libero nell’aria, balza in testa alla classifica di vendite italiana con quel misto di jazz e melodie alla Gino Paoli, caratterizzato soprattutto dal pianoforte magistralmente suonato dall’artista. Ad arricchire la scena musicale italiana, oltre al secondo album di Caparezza ovvero Verità supposte, con i brani Vengo dalla luna e Fuori dal tunnel, anche Le Vibrazioni che debuttano con l’omonimo album ed Elio e le Storie Tese con Cicciput. Piccolo aneddoto: il video di debutto de Le Vibrazioni Dedicato a te farà da “ispirazione” a quello di Shpalman degli EELST, che potete vedere qui sotto. Giudicate voi quanto si sono ispirati…
Il panorama musicale mondiale, seppur non caratterizzato da un genere in particolare, vede il successo della scena R&B, nella sua accezione più moderna e pop, con l’uscita dell’album di debutto da solista di Beyoncé, la frontwoman del trio Destiny’s Child composto da Kelly Rowland e Michelle Williams. L’album Dangerously in love è un successo da 11 milioni di copie e comprende Crazy in love, in cui canta con il compagno Jay-Z. Nelle discoteche e nelle radio risuona il pezzo di Beyoncé insieme ad un altro successo ovvero Hey ya!, primo singolo dal disco degli OutKast, Speakerboxxx/The love below, capolavoro rap/hip-hop/R&B in forma di doppio album, nato così a causa dei contrasti e delle diverse peculiarità artistiche del poliedrico duo Andre3000 e Big Boi, che sfornano una hit da n.1 in classifica a testa, ovvero la già citata Hey ya! e The way you move. Tra le uscite del 2003 dei big del rap è degno di nota anche il disco di debutto di 50cent , Get rich or die tryin’. Il panorama multisfaccettato della musica internazionale trova la quadra nel successo planetario causato dall’ingresso di Fergie nella formazione dei Black Eyed Peas. Esce l’album Elephunk che con singoli pompatissimi del calibro di Where is the love, Shut up e Let’s get it started invadono le chart di tutto il pianeta.
Il Rock in piena crisi di identità batte la fiacca e si discosta dal pop che viaggia in testa alle classifiche. Ad esempio esce il criticato disco dei Metallica, St. Anger, caratterizzato oltre che dall’insuccesso anche dalla trovata di Lars Ulrich di registrare tutto il disco con il rullante con le corde staccate, forse unica cosa degna di nota dell’album. Questo però è frutto della volontà di rinnovarsi in un movimento che, caratterizzato dalla scena indie, tende invece in genere a ricercare suoni più datati (ma non per questo di minor successo) come nel caso dei Jet, che con Get born e brani come Are you gonna be my girl vanno a pescare nella scena garage anni 70. Altri interpreti della scena indie sono i The Kills con l’album Keep on your meanside, i The Coral con Magic and medicine e i The Strokes (in un tripudio di band emergenti il cui nome inizia con “The”) con Room on fire, secondo album contenente tra le altre 12:51 e Reptilia. Gli unici nel panorama rock ad essere fedeli ai propri tempi e che risultano più freschi e moderni sono gli Evanescence, alfieri del movimento nu metal che con la voce suadente della cantante Amy Lee portano il disco Fallen a vendere milioni di dischi trascinato dalla hit Bring me to life.
MENZIONE D’ONORE: spetta ad uno dei pochi gruppi rimasti fedeli allo stile che li ha sempre contraddistinti (anche se dovrei parlare al singolare, ovvero del “frontman”) e che nel 2003 ritornano prepotentemente nel mercato discografico con un pezzo meraviglioso. Una cover, o meglio una serie di campionamenti di un grande pezzo anni 80 targato Daryl Hall e John Oates ovvero I can’t go for that. Il pezzo originale, a mio modesto parere, è comunque al di sotto della creatura a cui la sua stessa costola ha dato vita. Parlo dunque del primo singolo tratto dall’album Home dei Simply Red ovvero la favolosa Sunrise. Oltre ad essere protagonista di uno spot della Vodafone, la canzone è presente in tutti i locali dove si può sorseggiare un drink a bordo piscina. Il “Could be meee” di Mick Hucknall poi è un graffio sulla tela che la rende indimenticabile.
Per concludere la carrellata di un’annata musicale con un carattere non molto definito ma ricca di successi indimenticabili giunge puntuale la chicca.
Tra le band della scena rock citate poco sopra ce n’è una che va a pescare ben più indietro nella storia, strizzando l’occhio al blues delle piantagioni di cotone aggiungendo distorsioni ed effetti graffianti mixati con un ritmo e un piglio pazzeschi. Nonostante si tratti solo di un cantante/chitarrista e di una batterista dalle doti tecniche discutibili.
Eppure hanno segnato la scena rock dei primi anni 2000 con il loro stile inconfondibile. Sia dal punto di vista musicale che da quello dell’immagine, con il frontman Jack White, vera e propria icona rock anima tra gli altri dei The Racontuers.
The White Stripes escono nel 2003 con il loro secondo album, ovvero Elephant. Chi ricorda I just don’t know what to do with myself? Sublime cover del brano originale scritto da Burth Bacharach, ricorderete sicuramente il video con protagonista Kate Moss intenta nella pole dancing. Poi The hardest button to button, con un altro videoclip iconico, Black Math e Ball and biscuit.
Ma la traccia più famosa, quella che poi nel 2006 verrà storpiata in un nazionalpopolare pooopopopopopooo eccetera in occasione della vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio del 2006 e definitivamente martoriata poi dalla versione italiana dei Finley.
Dunque ve la restituisco in tutto il suo splendore originale: ecco Seven Nation army
Ovviamente qualche album e qualche pezzo importanti del 2003 sono rimasti nello scrigno quindi non esitate a commentare, qui sotto o nella pagina facebook.com/barbaovale dicendomi cosa ne pensate e cosa secondo voi è rimasto fuori ma sarebbe degno di nota.






