Per coloro che credono ancora che il rugby d’elite non sia governato da ingenti interessi economici credo sia giunto il momento di alzare bandiera bianca. Possiamo passare delle ore a discutere sul fatto che sia un bene oppure un male ma a questo punto, anche i più incalliti romantici del rugby che fu, di fronte al fatto compiuto che nel 2022 le due finaliste di quella che spesso amano ancora chiamare la “Celtic League”…
no fermi tutti, scusate un attimo… facciamo una specie di terapia di gruppo:
DUE SUDAFRICANE FINALISTE DELLA CELTIC LEAGUE NEL 2022
Forse se leggete tre volte di seguito questa frase vi si schiuderanno certi blocchi mentali e comincerete a chiamarlo col suo nome, ovvero United Rugby Championship.
Il preambolo ironico serve a fare capire la portata dell’ultimo e più grande cambiamento apportato al roster di un torneo della tradizione rugbistica, una mossa prettamente economica della federazione sudafricana e del board del torneo che non solo si era già rivelata ampiamente vincente ma ha anche tracciato un solco profondo dentro il quale convogliare un po’ tutto il rugby d’elite del nostro continente.
Ma andiamo per gradi.

Innanzitutto il fatto di essere fuoriusciti dal sistema del Super Rugby, che sul tasso tecnico a mio avviso ha avuto un generale calo rispetto a quando c’erano anche le franchigie sudafricane, e convogliare nel URC ha permesso a queste ultime di partecipare ad un torneo più “tv friendly” dove i tifosi non sono più costretti alle levatacce per seguire la propria squadra del cuore, essendo nello stesso fuso orario o giù di lì. A tutto vantaggio ovviamente della compravendita dei diritti televisivi (o diritti di trasmissione per essere più precisi).
Unico dubbio poteva essere la difficoltà di certe sfide, ovvero quanto le franchigie sudafricane avrebbero potuto fare da comprimarie e non da semplici squadre materasso come accaduto a Southern Kings e Cheetas nel recente passato.
La risposta è giunta nella maniera più eclatante possibile: alla prima edizione “a pieno regime”, visto che la Rainbow Cup non può essere considerata tale a causa degli strascichi della pandemia, le due finaliste della competizione sono due franchigie sudafricane, ovvero i Bulls di Pretoria e gli Stormers di Città del Capo.
Proprio due città celtiche, vero amici?
Ma non finisce qui perchè dalla prossima stagione oltre a poter essere “campioni celtici” i sudafricani potrebbero divenire pure campioni d’Europa. Spero che a nessuno venga un giramento di testa in tal caso mi scuso a priori.

Ma passando dal faceto al serio, il fatto che le franchigie sudafricane abbiano diritto, partecipando al URC, a prendere parte ai play-off della EUROPEAN Champions Cup, potrebbe non solo rendere il Sudafrica uno strapotere a livello rugbistico globale dando linfa vitale a delle finanze che a oggi non sono esattamente sane, ma aprirebbe anche degli scenari vasti e variopinti che potrebbero tangere pure la Premiership inglese.
Premiership alle prese con un salary cap che per certi versi comincia a somigliare ad un salary cap-pioalcollo, costringendo già da ora alcuni dei giocatori esteri di spicco a valutare opzioni al di fuori del Regno Unito. Se è vero che la partenza dai Sale Sharks di Faf de Klerk e Lood de Jager per l’esotico e ricco Giappone non deve essere per forza sintomo di qualcosa che non funziona, potrebbe darsi che siano solo i primi due di una serie, con de Jager che tra le altre cose era in trattativa anche con gli Stormers per un ritorno in patria prima di optare per l’Estremo Oriente.
Il salary cap-pio, che in linea di principio trovo assolutamente giusto perchè sta garantendo molto equilibrio tra le società di Premiership, comincia a mostrare qualche limite, con le inglesi sempre più interessate ai giocatori provenienti dall’Italia, ultimo in ordine cronologico è il trasferimento di Bello dalle Zebre a nientepopòdimenoche i Saracens, che senza assolutamente togliere nulla al loro valore tecnico, sicuramente rappresentano anche un’opzione più economica a livello di ingaggi.
Immaginiamoci dunque lo scenario in cui le franchigie sudafricane oltre a competere per le prime posizioni del URC e vincere il campionato partecipano alle fasi finali della European Champions Cup, con serie chance di vincere pure questa. Immaginiamo da una parte l’entusiasmo che tutto ciò creerebbe nei tifosi saffas e dall’altra le aumentate entrate economiche. Questo potrebbe creare i presupposti per un ritorno in patria dei tanti sudafricani che militano nella Premiership, attirati dalla possibilità di contratti quasi alla pari con quelli inglesi, tenendo ovviamente di conto anche il benefit di tornare a casa, aumentando la competitività delle franchigie sudafricane a svantaggio probabilmente delle squadre inglesi. Ma quest’ultimo aspetto forse è secondario.
E se un domani gli Springboks bussassero alla porta del 6 Nazioni sarebbe davvero molto difficile, visti i presupposti, non aprire la porta e farli accomodare.

Non ho volutamente considerato il Top 14 francese nell’equazione per diversi motivi, primo su tutti che il loro salary cap, per quanto nell’ultima stagione sia stato per la prima volta ridotto del 12% dopo quasi dieci anni di aumenti, è circa il doppio di quello inglese: 10 milioni di € contro circa 6 milioni. Con il valore aggiunto della qualità della vita che offre la Francia.
Molti possibili scenari da analizzare dopo questa finale di URC tutta sudafricana, che non era scontata ma anche difficilmente evitabile. Per ricordare a tutti ancora una volta che politica ed economia governano il mondo del rugby d’elite e che spesso romanticismo e tradizione, nel bene o nel male, sono aspetti decisamente marginali.
