La solitudine dei numeri dodici

11 Maggio 2021

Parafrasando il titolo di un famoso romanzo di Paolo Giordano, del quale ignoro completamente la trama senza vergogna alcuna, oggi vi parlerò degli interpeti di uno dei ruolo più complessi e sfaccettati del rugby moderno: i numeri dodici.

Ispirato dalla controversa convocazione di Bundee Aki per il Tour dei Lions 2021 (della quale ho parlato in questo articolo) e confrontandomi qua e là nel web ho rispolverato un concetto risalente all’avvento delle difese asfissianti e del choke tackle, delle corse a vuoto e delle seconde linee d’attacco tipici del secondo decennio del 2000. Dove il primo centro che fa da “apriscatole” oramai era sempre meno efficace, contro delle scatole sempre più dure da aprire.

Yannick Jauzion, fenomenale numero dodici “ibrido” a cavallo tra la vecchia scuola e il 12 moderno

Al tempo, fresco di formazione da allenatore e catapultato nel mondo del rugby seniores, maturai l’idea che il numero dodici fosse un ruolo “inutile”.

Può sembrare una frase forte dunque corro subito ai ripari e mi spiego!

Si perchè l’idea che si aveva dei numeri dodici in quel periodo di transizione (soprattutto nel rugby di provincia, quasi di campagna oserei dire) era che si dovessero fare un gran culo in difesa, perchè l’apertura non placca altrimenti si sciupa il ciuffo.

Ma in attacco? Ecco, in attacco il numero dodici divenne inutile. Nei set piece era quel povero cristo che o prendeva una palla all’altezza e si schiantava contro la difesa laddove era più concentrata, oppure veniva fatto andare “a vuoto”, o si esibiva in un loop, in pratica utile alla causa ma inutile a se stesso. Considerando pure il fatto che di palloni giocabili, nel rugby di campagna, non è che ce ne fossero molti.

Capitava spesso ad esempio di consegnare la maglia al numero dodici e, in mezzo agli applausi dei compagni, sentirsi rispondere “ma… ancora?!” con un’espressione di disagio che sottintendeva un “domenica prossima sto a casa”.

Non esisteva il doppio playmaker, non esisteva l’utilizzo del piede. Esisteva solo “o ti schianti o vai a vuoto… e mi raccomando in difesa placca tutto”.

Fu un periodo di transizione breve ma intenso, che portò da un’iniziale nube di polvere ad uscire fuori uno dei ruoli più vari, più declinati e più affascinanti del nostro amato sport.

Tim Horan, uno dei più grandi interpreti del numero dodici vecchio stampo

Si perchè oggi i numeri dodici possono essere tante cose, a seconda del tipo di gioco che viene impostato dalla squadra. E non sempre un numero dodici può saper interpretare ogni tipo di numero dodici. Spesso si specializza in una delle tante dimensioni, massimo due.

Ricolleghiamoci ad esempio a Bundee Aki: grandi doti di ball carrier, non agilissimo dunque meno adatto a fare “l’apriscatole” come quei bei numeri dodici antichi che longilinei si insidiavano tra le trame della difesa al centro del campo per poi magari utilizzare un pallone in continuità diretta. Aki dalle mani de pietra come dice un simpatico amico romano, mani comunque in netto miglioramento negli ultimi anni ma comunque poco adatte alle finezze tipiche del secondo playmaker. Aki molto più simile a Niccolò Solfanelli (se non lo conoscete un giorno ve lo presento) che quelle poche volte in cui non doveva andare a vuoto o fare il loop, da buona terza linea prestata al numero dodici prendeva palla e suonava la carica. Ah già, tutto questo ovviamente tenendo bene a mente di placcare come una tagliola.

Se dico ad esempio Ma’a Nonu, Damian de Allende, Manu Tuilagi, Rohan Janse van Rensburg (del quale avevo già parlato in un articolo) e Ngani Laumape, salta all’occhio come siano giocatori molto diversi tra loro ma accomunati da un particolare: sono tutti numeri dodici.

Poi ci sono giocatori in grado di fare un po’ di tutto, tipo quel Jonathan Davies che non si sa perchè non partirà quest’anno per il Tour dei Lions essendo uno dei numeri dodici più completi in circolazione, o lo stesso Nonu che nel periodo di transizione sopra citato ogni tanto ci deliziava con dei perfetti wiper kicks alternandoli tra una sportellata e un sidestep in velocità.

Ovviamente senza pretesa alcuna di voler fare un saggio tecnico sul ruolo ma volendo trattare l’argomento con la leggerezza che contraddistingue Barba Ovale, mi piacerebbe condividere con voi gli aspetti tecnici e i cambiamenti del gioco che hanno portato a questa profonda metamorfosi del ruolo del primo centro negli ultimi anni. Sia a livello provinciale che ai massimi livelli.

Per dare giustizia a tutti i Niccolò Solfanelli del mondo che per almeno un paio di stagioni si sono ritrovati a praticare lo sport del placcare senza mai giocare un pallone decente.