Di visibilità e reclutamento. Qualche idea per il futuro (prossimo) del rugby in Italia

4 Novembre 2020

Questa mattina due notizie fresche fresche mi danno ispirazione per mettere ordine tra alcune idee che mi balenano in testa da diverso tempo.

La prima è che ufficialmente il Sud Africa resterà nel rugby Championship fino al 2030, fugando però solo in parte i timori che possa entrare nel 6 Nazioni, magari al posto dell’Italia, dato che la SARU mantiene ancora vivo l’interesse per il mercato dell’emisfero nord (perchè si, di mercato si tratta e non di contenuti tecnici checchè ne dicano i sostenitori accaniti della “Georgia nel 6 Nazioni”).

La seconda è che si sta muovendo qualcosa per i diritti televisivi delle partite dell’Autumn Nations Cup che pare saranno trasmesse in Italia da Mediaset, anche se ad ora ci sono rumors solo per quanto riguarda le partite dell’Italia e non per tutto il torneo, dunque la medicina sembra essere peggiore del malanno.

Perchè dico questo? Per ricollegarmi a delle considerazioni che avevo già fatto in precedenza e che riguardano la visibilità del rugby in Italia e la sua importanza per la crescita del movimento. Qui trovate l’articolo. In poche parole trovo poco utile propagandare la bellezza del nostro sport e l’importanza di praticarlo mostrando sempre e solo i pessimi risultati della Nazionale maggiore senza far vedere al pubblico “non rugbistico” la vera bellezza del nostro sport attraverso anche altre partite.

Oltretutto il caso ha voluto che l’ultima tranche di 6 Nazioni offrisse uno spettacolo abbastanza penoso, anche per quanto riguarda le altre 5 squadre (eccezion fatta per Francia – Irlanda), dunque sinceramente poco appetibile anche per il pubblico esperto. Questo per fortuna è stato solo un caso per il torneo più bello al mondo e ci sono decine di motivi e giustificazioni a riguardo. Fatto sta che la platea italiana, quella larga della tv in chiaro, ancora una volta ha assistito a qualcosa di poco interessante e a due sconfitte sonore dell’Italia. Non un incentivo ad avvicinarsi ad un campo da rugby per provare.

una maglietta di quelle che fanno molto contente le mamme…

Per le mamme sicuramente il messaggio che il rugby trasmette valori è centratissimo per invogliarle ad iscrivere i propri pargoli a rugby, ma per i più cresciutelli e scapestrati? Comunicazione e reclutamento devono andare di pari passo. Scontato vero? Eppure ai piani alti c’è qualcuno che ancora questo non pare averlo capito. Si continua a sviluppare questa aura di sport di nicchia dove solo noi abbiamo dei valori, rispettiamo l’avversario, ci sacrifichiamo quotidianamente e poi beviamo birre ad ogni occasione. Quindi uno che si vuole avvicinare al rugby è portato a pensare che si, buona la birra, ma mi aspetta una vita ascetica e di meditazione per imparare dei valori. Noiosetto, meglio il calcio.

A me risulta che il rugby, oltre a trasmettere dei bellissimi valori ed essere una vera e propria palestra per l’anima, sia uno sport dove si gioca con un pallone, in un campo e ci si diverte anche molto. E dove si può anche vincere e gioire checchè ne dicano i risultati della Nazionale. Che esiste il rugby femminile, dove la Nazionale da delle belle soddisfazioni nonostante per molte delle giocatrici sia un enorme sacrificio quotidiano praticare il rugby. E in questo caso davvero evito di parlare di visibilità e stendo un velo pietoso. Dunque perchè non veicolare mai questa visione e questo messaggio? Non mi dilungherò di nuovo sull’argomento ma esistono dei campionati bellissimi in Europa che sarebbero, anche per un inesperto, una vetrina ed uno spot invitante. Ma in Italia ahimè non si possono vedere, neanche a pagamento. La trovo una grande lacuna.

Non vorrei farne solo una questione di FIR ed errori di gestione, in questo periodo in cui il rugby giocato è fermo si dovrebbe, tutti noi, interrogarci su quale futuro vogliamo per il nostro sport in Italia, soprattutto in vista delle prossime elezioni. Dovremmo creare un’idea comune o almeno largamente condivisa e lavorare tutti insieme a curare questo movimento malato, per ampliare la famosa “base” di cui tutti ci riempiamo la bocca e che è la vera linfa vitale del rugby in Italia. Obbiettivo principale: porre domande e proporre soluzioni invece di vivere più o meno passivamente decisioni e scelte giunte dall’alto della stanza dei bottoni.

Purtroppo, frequentando spesso i bellissimi live delle varie pagine Facebook di rugby, ho notato che quando si parla della salute del nostro movimento vengono trattati più o meno sempre gli stessi argomenti. Scelta dettata forse dai tempi e dal tipo di ospite presente.

Va da se che coloro che si occupano di realtà importanti e fondamentali per la spina dorsale del nostro movimento debbano far conoscere e poter descrivere le loro attività e i sacrifici che fanno per portarle avanti, anche perchè questi live sono l’unica vetrina a loro disposizione. Ma al di fuori di questi casi specifici non vedo quasi mai affondare bene le mani nella melma.

Si parla sempre, a tambur battente, di Minirugby e rugby nelle scuole. Giusto, ma sono due cose che oggi dovrebbero aver ormai preso piede e dovrebbero funzionare a regime per poterci garantire un futuro di qualità. E così non è purtroppo, ancora oggi molte società italiane sono costrette ad arrangiare programmi in base alle persone che possono sacrificare il loro tempo libero gratis, spesso senza una preparazione adeguata.

Ma la vera domanda è: l’unica nostra soluzione e l’unico nostro bisogno è migliorare il lavoro nel Minirugby e nelle scuole?

Forse per molti è così, visto che tante società negli ultimi anni si sono fatte abbindolare da una sacca di palloni e conetti in omaggio. Sicuramente se ci si fosse potuto lavorare bene nei 20 anni precedenti oggi avremmo raccolto frutti migliori, ma il Minirugby ci garantisce solo i risultati a lungo termine. Il nostro rugby ha bisogno di soluzioni immediate oggi. Occorre che chi già è nell’ambiente sia reso consapevole di cosa è il rugby oggi, che non è il gioco che provano a mettere in campo la Nazionale o le Franchigie in PRO14 nè tantomeno, anzi parecchio parecchio meno, quello che si vede nei campi del TOP10/12. E questo passa da una migliore formazione di tecnici e addetti, dalla visione di quello che è il gioco del rugby nelle nazioni evolute, anche e soprattutto a livello di club dove si nota la maggiore disparità rispetto a noi.

Occorre inoltre far sapere ai fruitori che esiste tutto un rugby fuori dal campo, come funziona in certi ambiti, perchè ci sono investitori esterni, perchè i ragazzi giocano a rugby tutti i giorni tutto il giorno e quando tornano a casa hanno la possibilità di vederlo anche in tv, perchè vanno allo stadio a tifare la propria squadra del cuore, della propria città o della propria regione.

Tolone, Francia. 170.000 abitanti e diversi milioni di euro (da un privato). Nel 2002 la squadra militava nella PRO D2

Inoltre tutto questo va fatto sapere anche a chi il rugby non lo conosce. Perchè i valori che trasmette sono fondamentali e formano la persona anche al di fuori della pratica dello sport ma prima viene lo sport, viene il gioco, viene il divertimento, la sfida, lo scontro, lo spettacolo. Non siamo una dottrina religiosa (anche se per molti di noi lo è) ma siamo praticanti di uno sport, formatori, allenatori, arbitri e giocatori. Siamo noi a veicolare il messaggio e i valori a chi si avvicina al campo o alla clubhouse, a chi ci ascolta nelle scuole e a chi partecipa alle nostre attività.

Ed abbiamo bisogno non solo di bambini ma di molti adulti. Abbiamo bisogno di un pubblico ampio, di gente che frequenta le clubhouse, di gente che viene ad allenarsi con le prime squadre, di gente che da una mano a preparare, di gente a cui vendere il merchandising, che partecipi ai terzi tempi, che vada negli stadi. Perchè per rilanciare il nostro sport in tute le zone d’Italia abbiamo bisogno che ci sia interesse verso questo sport. Dalla quantità si crea la qualità, e noi abbiamo bisogno di qualità oggi, subito, anzi ieri. In attesa che i nostri bambini e i nostri giovani crescano oggi e un domani consolidino un ambiente già ampio e ben radicato nel territorio.

Sono tutte cose abbastanza banali ma di cui, quando si tratta l’argomento specifico, non sento parlare spesso o quasi mai. E siamo noi che frequentiamo i social in questo periodaccio a dover porre quesiti e sollevare questioni. Dando spazio a tutte le problematiche, dal Minirugby alle partite in tv, dalla formazione degli addetti al Minirugby all’aggiornamento dei tecnici seniores, visto che molti ricordano ancora “la partita contro il Sudafrica del 92” oppure “quando usavamo una topolino col freno a mano tirato per allenare la mischia” e pensano che oggi si giochi ancora in quel modo.

Un domani chissà, aumenteranno anche i programmi televisivi e online di approfondimento tecnico, di analisi delle partite e tanto altro ancora. Per avere anche una maggiore consapevolezza di quello che è il rugby giocato e diffondere la cultura rugbistica.

Per farlo c’è bisogno di tutti, dal bimbo di 5 anni al 25enne che si avvicina per la prima volta, fino all’anziano che giocava a rugby negli anni sessanta. Altrimenti saremo destinati a sopravvivere come sport di nicchia. Ma ancora per poco.

E voi cosa ne pensate? Apriamo un dibattito su questi temi, altri seppur importanti li ho omessi per non dilungarmi troppo ma prometto di trattarli prima possibile. Proponete anche voi degli argomenti e facciamoci sentire.