Professionismo: si o no? Quattro “exiles” (di cui uno di fatto) che accendono il dibattito

27 Aprile 2022

L’Italia s’è desta, o almeno si son desti e pure di soprassalto tanti tifosi di rugby italiani. Dopo tanto parlare dell’avvento o della necessità del professionismo nel rugby italiano, dopo aver spesso trovato resistenza da parte degli integralisti del rugby “fango-birra-terzotempo”, l’argomento finalmente non è più taboo e si comincia a considerare l’ipotesi che o questo benedetto alto livello si adegua e prende una strada verso il professionismo o saranno guai.

A svegliare le menti sono quattro prossimi “exiles”: Zilocchi (che exile lo è a tutti gli effetti accasandosi con gli Exiles, ovvero i London Irish), Giammarioli, Faiva e Braley. Quattro emigrati che si aggiungono ad una lista già piuttosto numerosa che vede tra i più recenti Minozzi, Allan, Campagnaro, Garbisi e Zanon.

Quali sono le implicazioni di queste partenze verso l’estero?

Tralasciando quelle personali per i giocatori che hanno tutto da guadagnare, sia economicamente che tecnicamente, dovremo fare i conti (si spera meno possibile ovviamente) con delle difficoltà nel poter convocare in Nazionale questi giocatori nelle finestre dei test. Per il 6 Nazioni e i test autunnali (che chissà come si chiameranno quest’anno) probabilmente ci sarà da ridere.

Ma perchè ciò accade? E come porvi rimedio?

Innanzitutto alla prima risposta replico con un’altra domanda, anche se sarebbe maleducazione: cosa offriamo dalle nostre parti a questi giocatori?

E attenzione, non parlo solo di ingaggi che probabilmente sono competitivi rispetto almeno a ciò che può offrire loro ad esempio la Pro D2 francese, ma per essere sicuri bisognerebbe analizzarli uno per uno. Sicuramente gli ingaggi che offrono in Premiership o Top 14 sono pressochè inarrivabili (ma si accettano smentite a riguardo).

Quello che però non sappiamo offrire non è tanto una paga degna, quanto un futuro post rugby giocato. In qualche caso non siamo competitivi neanche nel welfare durante la carriera ma su questo non divagherei oltre. Fino a pochi anni fa in qualche modo la situazione si poteva rattoppare: qualcuno si laureava mentre giocava, qualche società era in grado di offrire contratti diversificati, qualcuno poteva campare di rendita ma a fronte di un aumento degli impatti, del numero di partite da giocare e degli infortuni, per molti giocare “tanto per” comincia ad essere davvero difficile. Casi come quello di Bisegni o Castello sono ancora poco numerosi ma dovrebbero far molto riflettere.

Giulio Bisegni, costretto a rinunciare alla Nazionale

Dunque perchè ci sarebbe bisogno di questo benedetto professionismo? Perchè i contratti di collaborazione sportiva non bastano, perchè la previdenza sociale non c’è e non può essere tutto legato solo all’iniziativa personale, perchè assicurazioni e accessibilità a cure specialistiche devono poter essere adeguate al carico pesante che il rugby oggi porta sulle spalle e non solo dei giocatori dell’alto livello.

Nessuno qui pensa che sia una cosa facile, nessuno pensa che sia facilmente sostenibile a livello economico o che tutto il rugby, ad ogni livello, debba essere professionistico. Però se in passato si poteva intervenire e non lo si è fatto o lo si è fatto male, oggi mi pare palese che si debbano creare i presupposti per partire ed implementare tutti i meccanismi che possano portare il rugby italiano verso il professionismo.

Perchè se Top 10 e franchigie fossero professionistici ci sarebbero benefici a cascata anche sul rugby dilettantistico. Perchè un investitore potrebbe essere più invogliato a mettere soldi in un sistema controllato e che funziona invece che nella solita lavatrice dove però puntualmente si mischiano bianchi e colorati e qualcuno è costretto a girare con le mutande rosa. Perchè un alto livello professionistico potrebbe rappresentare un vero apice, una vetrina e uno stimolo per i giovani a far bene per potervi entrare. Perchè già oggi tanti ragazzi in procinto di uscire dal mondo juniores sperano di essere contattati da qualche club di Pro D2 per poter continuare a praticare lo sport per cui fino a quel momento hanno già fatto fin troppi sacrifici (insieme alle famiglie).

Insomma io credo di aver buttato giù diversi argomenti legati al tema, spero di avervi stimolato e che commenterete, che si generi finalmente un dibattito e che non finisca col solito “era meglio quando si giocava con le maglie di cotone”.

Che si capisca che alla fine ci sarà sempre spazio anche per il rugby social, ma se il sistema dell’alto livello non comincia a girare ad alti regimi pian piano ci saranno anche sempre meno possibilità e materiale umano per il rugby di periferia che tutti noi amiamo.