Pacific Affair: giocatori isolani “overseas” e fantaformazioni

8 Aprile 2021

Titolo complicato, argomento complicato. Di cosa parlo?

Intanto traggo ispirazione da ipotetiche fantaformazioni in stile rimpatriata di giocatori tongani, samoani, figiani che giocano per altre nazionali, di cui girano simpatiche immagini sui social in questi giorni. Dunque, ispirato da questa musa, ho voluto approfondire un po’ l’argomento.

Spinoso per sua natura, almeno alle nostre latitudini dove ci si chiede perennemente se sia giusto naturalizzare/equiparare selvaggiamente giocatori provenienti dalle Pacific Islands piuttosto che crescere rampolli autoctoni, dove il sangue appare a volte sacro a volte profano. E probabilmente a fare la differenza tra autoctono e isolano è proprio il “sangue”.

Diciamo la genetica, per precisione. Genetica che gioca un ruolo fondamentale nel rugby e alla quale ho accennato anche nell’articolo dedicato ai fratelli nel rugby e che approfondirò in futuro.

Quasi sicuramente non è l’esperienza la chiave della forza o della bravura dei giocatori isolani, qualcuno sa nominare una squadra forte che militi nel campionato tongano, samoano o figiano? Dunque a fare la differenza sarà sicuramente la genetica sommata semmai ad un ambiente di crescita particolare.

le immagini “incriminate” sul tavolo di qualche soddisfatto procuratore di Pacific Islanders

Per quanto riguarda i giocatori isolani che militano nelle nazionali dell’emisfero australe l’affair è più semplice che dalle nostre parti. Spesso le famiglie si spostano dalle piccole isole degli arcipelaghi suddetti verso Australia e Nuova Zelanda per motivi lavorativi, con la conseguenza che i discendenti acquisiscono per diritto di nascita una delle nazionalità. Prima ancora che ci sia bisogno di andare a fare ricerche genealogiche di zii e nonni provenienti da chissà dove.

Diverso il discorso per gli atleti che vengono a giocare ad esempio in Europa, dove c’è comunque una buona parte di influenza del Commonwealth e delle colonie Francesi ad innescare il percorso di naturalizzazione dei giocatori isolani in Inghilterra e Francia, ad esempio, ma dove spesso intervengono anche le regole di equiparazione di World Rugby. Regole che permettono a giocatori residenti da almeno 5 anni in una nazione diversa da quella di nascita (erano minimo 3 anni fino alla fine del 2020) di vestire la maglia di quest’ultima, secondo limiti descritti nella regola 8 sui criteri di eleggibilità di World Rugby, i cui intrigati dettagli potrete trovare a questo link. Limiti revisionati al rialzo, come accennato sopra, in un processo iniziato nel 2017 nell’ottica di “preservare l’identità delle squadre nazionali e la loro cultura”, citando le parole dell’ex vice-presidente Augustin Pichot.

Ma bando alle ciance, portiamo alla luce qualche esempio.

Nel passato glorioso del nostro sport chi ricorda ad esempio che giocatori come Jonah Lomu (nato ad Auckland da genitori tongani) o Doug Howlett (anch’egli nato ad Auckland da madre tongana) avrebbero potuto facilmente ma inverosimilmente indossare la maglia di Tonga? O che Joe Rokocoko è nato nelle isole Figi, seppur cresciuto in Nuova Zelanda? Oggi ci sono esempi anche un po più bizzarri come Manu Tuilagi, unico di 6 fratelli rugbisti (su 7 totali) a non aver vestito la maglia delle Samoa, diventato nazionale inglese anche per cause extrarugbistiche a seguito di un turbolento affair legato ad un visto scaduto, che gli è quasi costato l’espulsione dal Regno Unito. Dove i fratelli risiedevano e giocavano tra Leicester Tigers e Cardiff Blues.

al centro della foto Manu Tuilagi assieme ai suoi fratellini

Altro esempio bizzarro è quello di Israel Folau, vera e propria star moderna, internazionale per l’Australia sia in Rugby Union (cioè a 15) che Rugby League (cioè a 13) ma tongano di nascita. Ha cambiato disciplina tante di quelle volte da fare fatica ad elencarle (Rugby Union, Rugby League, Football australiano) ed è stato per anni al centro di pettegolezzi e sparate su possibili trasferimenti fino al 2019, anno in cui a causa di alcune gravi esternazioni omofobe sui social, l’Australian Rugby Union lo ha licenziato. Il romanzo durato un anno e qualcosa pare concluso, dopo l’ennesimo cambio di “codice” (stavolta forzato) con la firma del contratto con i Catalan Dragons, squadra francese di rugby a 13 militante nella Super Leaugue inglese.

Israel Folau

Concludo la minicarrellata di bizzarrie equiparative citando la biografia dei fratelli Vunipola: Billy, nato in Australia, e Mako, nato in Nuova Zelanda, figli di Fe’ao Vunipola, ex capitano della nazionale di Tonga della seconda metà degli anni 90. I due scricciolini sono cresciuti in Galles, dove il padre ha giocato a rugby tra Pontypridd e Caerphilly. Hanno poi iniziato la loro carriera professionistica nel rugby in Inghilterra e oggi militano nei Saracens.

Dunque per tutta una serie di motivazioni intrinseche i due fratelli Mako e Billy sarebbero stati eleggibili per Tonga per discendenza diretta, per il Galles per eleggibilità ed infine per l’Inghilterra, per lo stesso ultimo motivo. Alla fine vissero felici e contenti indossando la maglia bianca con la rosa, e Mako si è tolto anche la soddisfazione di partecipare al Tour dei Lions 2017, tour a cui Billy non ha preso parte a causa di un infortunio.

La mia opinione personale sui criteri di eleggibilità è abbastanza neutrale, ne viene fatto un uso indiscriminato? Si, permesso dalle regole. Penalizza le nazionali isolane? Decisamente si, anche se mi sorge un dubbio a riguardo: vada per la genetica, ma se questi giocatori non giocassero in campionati di altissimo livello sarebbero ugualmente così devastanti? Soprattutto nella moderna era professionistica.

Voi che ne pensate? Ditelo nei commenti qui sotto o nelle pagine social di Barba Ovale e citatemi anche qualche altro curioso esempio di Pacific Islanders overseas players (che detto cosìfa tanto auanagana).